Una guerra comune europea: cosa dice la legge

Gli attentati a Parigi del 13 novembre hanno aperto la porta a una politica che probabilmente potremmo definire inedita. Dopo la tragica serata dello scorso venerdì tutti si sono chiesti che soluzioni avrebbe adottato la Francia e la risposta è arrivata il 16 novembre quando François Hollande, presidente della Repubblica francese, ha chiesto una coalizione internazionale agli stati europei, appellandosi all’articolo 42.7 del trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione Europea.

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Questo articolo afferma che tutti gli stati membri dell’Unione sono tenuti a dare aiuto e assistenza ad uno qualsiasi degli altri stati che abbia subito un’aggressione armata, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Scelta politica davvero inconsueta, in quanto non si era mai ricorso a tale articolo nella storia del Trattato. Questo fatto desta infatti qualche dubbio o perplessità dato che fino ad ora a seguito di un attacco terroristico gli stati vittime si sono appellati all’articolo 5 del Trattato istitutivo della Nato, unico che concede l’attacco armato come atto di legittima difesa, collettiva o individuale degli stati membri, leggendolo in riferimento all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, il quale afferma che nel caso in cui uno degli stati delle Nazioni Unite venga militarmente attaccato gli stati membri hanno diritto all’autotutela fino a che il Consiglio di Sicurezza (organo con potere decisionale in materia) non prende misure definitive per la pace e la sicurezza internazionali.
Si potrebbe pensare che l’uno o l’altro articolo abbiano nei fatti lo stesso significato, cioè la legittimazione dell’attacco armato verso chi ha aperto per primo il fuoco. La differenza fra i due, però, è sottile ma rilevante.
L’Unione Europea non dispone di un esercito comune né di una politica di sicurezza completamente omogenea, e scegliendo di agire in base all’articolo 42.7 Parigi decide anche di trattare bilateralmente con i singoli stati membri, senza avere bisogno dell’unanimità, in quanto evoca appunto un’assistenza bilaterale e non una missione di difesa comune. A questo punto gli stati membri sono tenuti sì a dare assistenza, ma non necessariamente assistenza armata allo stato che si appella a questo punto.
Se, invece, Hollande avesse deciso di ricorrere all’articolo 5 della Nato l’azione si sarebbe complicata e i tempi di attacco prolungati; il combinato disposto tra articolo 5 e articolo 51 della Carta delle Nazioni hollandeUnite prevede infatti la supervisione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulle decisioni d’attacco prese dagli Stati membri, azione che però terminerebbe nel momento in cui il Consiglio prendesse una posizione definitiva. L’azione degli stati in questo caso sarebbe quindi solo temporanea e Hollande avrebbe dovuto sbattere i pugni in sede di Consiglio perché la sua proposta venisse accettata dalla maggioranza.
Non esistono spiegazioni chiare e fondate della scelta francese, ma molto probabilmente l’immediatezza della possibilità di aggressione difensiva è ciò che ha dato la spinta fondamentale all’adozione dell’articolo europeo. Altri esperti suppongono che potrebbe essere un’azione di derivazione storica, in quanto la Francia non ha mai avuto floridi rapporti con la Nato, motivazione che va letta insieme alla presunta intenzione di intrattenere rapporti positivi con la Russia.
Ciò che però è certo è che la reazione di Hollande ha colto di sorpresa l’Unione Europea, la quale ha risposto in modo positivo alle sue richieste, e questo significa che per la prima volta da quando è nata l’Unione Europea ha deciso in modo unanime di esprimere una posizione comune nel campo della difesa, fuori del quadro della Nato. Resta da chiedersi se questa decisione possa portare ad una vera e sana integrazione europea o solamente causare danni irreparabili in quanto politica giovane e poco lungimirante.

Anna Toniolo

La Voce che Stecca

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