L’Isis spiegato con Giambattista Vico

Non posso dire di essere stupito degli attacchi subiti in risposta al mio corsivo su Oriana Fallaci e l’Islam (lo trovate qui). Se ho deciso, pur avendo altre idee forse meno pallose per l’articolo di oggi, di occuparmene è per denunciare – nel mio piccolo, s’intende – l’assenza di pensiero negli utenti dei social network. Il corsivo di cui stiamo parlando continua a sembrarmi di una banalità disarmante: una semplice provocazione contro i pecoroni che dal 13 novembre non fanno altro che citare a sproposito le frasi dell’«ultima» Fallaci e seguitano ad attaccare una religione che, come quasi tutte le altre, ha 14 secoli di storia alle sue spalle e questo rende il suo messaggio datato e necessitante di interpretazione. Come sempre avrei gradito le risposte di lettori in disaccordo con il pezzo, e invece mi sono trovato davanti a frasi a dir poco deliranti: «Vatti a scusare tu! Negare anche l’evidenza», «Articolo da collaborazionisti o complici», «Minimo sei di sinistra e magari pure mussulmano. Se non ti va di stare qui vai da un altra (sic) parte», «Ma non ti vergogni a scrivere certe cose. Accusi noi italiani di razzismo. Ma inpiccati (sic)» e, dulcis in fundo, «Scusarci con i taglia-gole dell’Islam? Ma non diciamo fesserie».
A parte il fatto che ad alcune di queste affermazioni potrebbe tranquillamente seguire una querela, non posso nascondere il profondo sconforto che mi ha assalito. Sono d’accordo che «mettersi in mostra» sul web possa portare anche a questo, però mi è ancora difficile accettare le critiche che non hanno nulla a che fare con ciò che scrivo.
Il corsivo in questione riguardava l’inesatta identità che è venuta a formarsi fra una religione (l’Islam) e un evento storico (il terrorismo) che afferma di agire in nome di quella religione. Lungi da me ovviamente giustificare o appoggiare il sedicente califfato. In questa giornata dedicata agli articoli «culturali», vediamo di approfondire per quanto possibile il contenuto di quel pezzo.
Che l’Isis sia illiberale è a dir poco lapalissiano; anziché fermarci alla superficie, fatta di decapitazioni e attentati, proviamo ad andare un po’ in profondità. La parola «califfato», apparentemente forma di governo dell’Isis, deriva dall’arabo
khilafa (o khalifa), ossia «successione». In altre parole nel califfo si sarebbe dovuta identificare l’unità islamica dopo la morte di Maometto. L’incompatibilità dell’Isis con le democrazie occidentali deriva in primo luogo dal fatto che è una teocrazia che applica la Shari’a: uno stato in cui si fondono politica e religione che applica la legge di Allah. L’Isis è fuori dal tempo e per questo incompatibile con ogni nazione democratica e liberale. Pare opportuno riprendere il pensiero di Giambattista Vico per spiegare meglio questo passaggio: secondo il filosofo napoletano la storia si articola lungo tre «età». Se noi occidentali siamo ormai giunti, come quasi tutti gli stati industrializzati, all’«età degli uomini», dominata dalla ragione, in cui si obbedisce a una legge umana, il sedicente califfato pretende di tornare alla precedente «età degli eroi», caratterizzata dalla divisione della popolazione fra chi è discendente degli dei e quindi gli spetta il potere e gli altri, definiti «bestie». Ciò che limita la guerra omnium contra omnes, di tutti contro tutti, è solo il timore della vendetta divina. Manca quindi il senso del dovere, l’«imperativo categorico» – per citare Kant – che porta la legge ad essere rispettata per se stessa. Per questo motivo l’occidente non potrà mai convivere con l’Isis, mentre può benissimo convivere con l’Islam, come con ogni altra religione purché essa non ambisca a sostituirsi allo Stato.
Chi scrive è sicuro che gli analfabeti funzionali da tastiera, quelli che commentano senza capire l’articolo, saranno felicissimi dopo aver letto queste righe ma è un male incurabile, dobbiamo imparare a conviverci. Sì, sarò anche un
crétin avec ordinateur, ma continuo a non capire chi risponde a un discorso serio senza argomentare, basando il suo discorso unicamente sulla sequela di insulti più lunga che riesca a produrre. Su queste pagine si usa la razionalità, si conoscono gli argomenti di cui si parla e soprattutto si cerca di scrivere con il massimo distacco possibile. Non saremo i prossimi Montanelli, però forse qualche lezione a questi tronisti da tastiera gliela potremmo dare.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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