La libertà rende uno Stato compatto

reazione umana: dopo gli attentati di Parigi, come dopo l’11 settembre, l’occidente deve ancora razionalizzare il dramma. Essere colpiti nella quotidianità significa perdere ogni sicurezza: le stragi non ci sconvolgono più di tanto se accadono in paesi dilaniati dai conflitti, se invece le vittime siamo noi e a fare da teatro a questi sacrifici sull’altare del potere sono luoghi pacifici, magari a noi familiari, tutto cambia. Accusare di ipocrisia chi dispone di due misure per questi due pesi significa non conoscere l’essere umano: lo sdegno deve essere lo stesso, la paura che ne consegue non può essere la stessa.

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Ed ecco le città «blindate», per usare un termine di cui i media hanno abusato: manifestazioni vietate, polizia armata in ogni angolo, cittadini
costretti a sottostare a metodi preventivi che li privano della loro libertà. Lo abbiamo già detto: la reazione al terrorismo, alla furia che può colpire «in ogni tempo e in ogni luogo», troppo spesso porta al rimescolamento degli elementi del celebre binomio hobbesiano.
Libertà o sicurezza? Aumentando una, l’altra non può che calare. L’occidente democratico ha sempre preferito la prima alla seconda, il coprifuoco – tanto per fare un esempio – è uno strumento dei regimi totalitari o degli stati in guerra: non si può (privazione di libertà) uscire di casa dopo un certo orario così da impedire disordini o reati (aumento della sicurezza). Il punto è proprio questo: intercettazioni, controlli, MTE5NDg0MDU0OTk3Nzk2MzY3limitazioni e divieti portano inevitabilmente il cittadino all’immobilismo, coatto o volente, ed esso – il perché è banale – è la rovina economica, sociale e politica di una nazione.
La libertà unisce mentre la troppa sicurezza paradossalmente destabilizza perché si porta inevitabilmente appresso un’assenza o una riduzione dei diritti. Concentrarsi sulla sicurezza, come se reprimere fosse la sola via da percorrere, significa fare il gioco di chi ci minaccia. Il terrorismo non si combatte solo neutralizzando gli attentatori prima che entrino in azione. Questo è un passo necessario ma che deve essere accompagnato da una prevenzione diversa che non limiti la libertà. Privare i cittadini dei diritti oppure, molto più comunemente, ridurre le possibilità d’azione nel nome del bene comune, significa renderli persone frustrate che, umanamente, cercano un’alternativa.

L’immagine in testa all’articolo è per gentile concessione di Flavio Kampah Campagna

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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