Gli autistici attendono il cazzeggio parlamentare

Ci sono mondi dimenticati, di cui sarebbe bene ricordarsi, almeno in questi giorni. Quello dei bambini autistici, ad esempio. La loro è una condizione difficilmente comprensibile per noi, ma non significa che siano «inferiori» o che non festeggino il Natale.

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Ho letto una lettera a Babbo Natale di una mamma, chiede poche cose: inclusione, che il governo le faciliti la vita invece di complicarla, che suo figlio passi una notte senza svegliarsi di soprassalto, un adattamento per la doccia e che il suo bimbo le dica che le vuole bene. Le prime due richieste non si avvereranno mai, se certi onorevoli continueranno a usare il parlamento come un teatrino. Mi riferisco in particolare all’ennesimo episodio di leghisti contro la donna più insultata d’Italia, la presidente Laura Boldrini, che all’articolo «la» ci tiene particolarmente. Un deputato leghista l’ha chiamata «signor presidente» calcando sul maschile e lei ha risposto «Grazie, deputata». Mi sembra una risposta del tutto normale, ma sta di fatto che questi episodi sono davvero di basso livello e non dovrebbero succedere. Tornando all’autismo, mi piace la definizione che ho trovato sul sito del Fatto Quotidiano: l’autismo non è una malattia, ma un diverso hardware cerebrale, un altro modo di raccogliere i dati che ci circondano. Alcuni «malati» non sopportano certi odori o suoni o modi di parlare che noi consideriamo normali, ma possono avere un rendimento scolastico anche migliore dei compagni, alla condizione che ricevano un sostegno valido, non da parte di un insegnante senza alcuna preparazione in materia. Le madri scrivono sui giornali, su Internet, è proprio vero che un figlio ribalta completamente la prospettiva. Da qualche parte ho sentito che c’è una linea sottile che divide il mondo in chi ha figli e chi no. E con un figlio «diverso» il compito è più arduo, parlo anche per esperienza personale. È sorprendente come una malattia di cui prima avevi solo sentito parlare può diventare tutto il tuo mondo, non appena metti il naso fuori dall’ospedale con una diagnosi in mano. Ve lo scrivo perché ho conosciuto un bambino del genere, lui si scordava tutto ma in qualche modo si ricordava di me.

Cecilia Alfier

Impegnata tra libri e scacchi, in movimento tra Padova e Torino, sempre con una forte dose di sarcasmo.

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