La dittatura dei molti: i difetti della democrazia

Non ci resta che santificare la democrazia: nata in Grecia come forma non corrotta della demagogia, si è diffusa nel Novecento in tutto l’Occidente e non solo. Il potere è del popolo che lo amministra mediante dei rappresentanti – è inconcepibile la democrazia diretta in Stati moderni con decine di milioni di abitanti – e per questo la democrazia viene esaltata come la massima frontiera del buon governo e il naturale terreno su cui la libertà può sorgere e prosperare. Ne siamo davvero sicuri?

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Alexis de Tocqueville, autore de «La democrazia in America»

Su queste pagine molto spesso abbiamo condannato azioni e atteggiamenti perché palesemente «antidemocratici», da ciò non consegue però che il nostro appoggio al «potere del popolo» sia totalmente incondizionato. Ogni forma di governo ha dei pesanti limiti, e dare diritto di voto al demos ci pare essere l’imperfetta soluzione migliore. Il maggiore equivoco in cui si incorre quando si parla di democrazia è proprio la definizione: la perifrasi «potere del popolo», quanto mai ambigua e fuorviante, andrebbe sostituita con «potere della maggioranza». D’altronde è proprio quest’ultima a essere metodo di attuazione di ogni provvedimento democratico: governa chi ottiene il maggior numero di voti, sia nei referendum che nelle votazioni parlamentari la scampa chi ha la maggioranza e così via.
La «dittatura della maggioranza», citando Tocqueville, è sicuramente il discriminante più immediato e di più semplice attuazione per impedire che il governo dei molti si tramuti in un eterno immobilismo, forse però imagesnon è il più efficace. Sarebbe sciocco dubitare del fatto che, oltre alla maggioranza, possano esistere anche le 
minoranze. La democrazia non può dar loro voce, se decide di conservare il suo legame naturale e genetico con il voto: come possono «piccoli» gruppi di individui ricercare il proprio interesse se esso non coincide col volere della maggioranza? È frequente che i provvedimenti a favore delle minoranze non siano in contraddizione con quelli decisi dal voto, quindi la loro esistenza non darebbe nessun fastidio al gruppo che detiene il potere. Esiste una soluzione a questo problema? Non lo sappiamo, di sicuro però ci sono tre direttrici dell’agire che, almeno in apparenza, potrebbero risultare interessanti: il disinteresse, le elargizioni e la coalizione. Seguendo il primo, la maggioranza se ne infischia dei bisogni e delle richieste delle minoranze: «Che vincano le elezioni per poter aprire bocca», sembra essere il suo pensiero. Per elargizione è da intendersi invece il modus operandi che induce il potere ad agire a favore di chi a esso deve sottostare: nel concreto si parla di provvedimenti a favore delle minoranze; neanche questa è una soluzione: la libertà all’autodeterminazione resta alla maggioranza che, rimanendo nei limiti della sua «dittatura» ed evidenziando ulteriormente la propria superiorità, decide se e cosa elargire agli «inferiori». La coalizione è il metodo usato più spesso dalle minoranze per contare qualcosa nell’economia della politica, per questo qui le chiameremo «opposizioni»: esse saltuariamente si riuniscono, magari insieme a qualche membro del gruppo al potere, per far sentire la propria voce. Trovare un accordo totale fra le opposizioni è per definizione inutile: equivarrebbe a una precisa coincidenza dei gruppi e non ci sarebbe motivo per cui essi dovrebbero rimanere divisi, pur condividendo le posizioni su ogni argomento. Per quanto riguarda i rari casi in cui queste «coalizioni» vengono alla luce, si tratta quasi sempre di accordi instabili ed effimeri. Se non fossero tali, e la dimensione permettesse loro di downloadprendere decisioni autonomamente, non si avrebbe altro che uno scambio: l’unione delle minoranze precedenti (e di pezzi della «vecchia» maggioranza) diverrebbe una nuova maggioranza e il gruppo rimasto una nuova «opposizione». Il meccanismo che da ciò risulterebbe sarebbe identico a quello di partenza, a parte per i protagonisti: gli odierni «dittatori» sono i sudditi di ieri e viceversa.
È possibile risolvere questa ingiustizia di fondo insita nella democrazia? Probabilmente no: quasi certamente non esiste una forma di governo perfetta, per quanto il «potere del popolo» a prima vista sembri soddisfare la necessità di fondo, ossia dare a ognuno ciò di cui ha bisogno senza danneggiare gli altri.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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