Il De André cupo ma straordinario: 1968

In occasione dei 17 anni dalla morte di Fabrizio De André (11 gennaio), considerato dai più il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, ogni settimana analizzeremo – senza pretesa di esaustività – i 13 album in studio dell’artista genovese: da Volume I ad Anime Salve, dal 1967 al 1996.

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Siamo nel 1968 quando Fabrizio De André pubblica un album che darà la direzione a tutta la sua carriera futura: Tutti morimmo a stento. Cantata in si minore per solo, coro e orchestra è il suo primo concept album, sette brani e tre intermezzi per raccontare una storia. Soltanto tre dei successivi undici dischi del cantautore genovese non saranno di questo tipo: Volume III , Canzoni e Volume 8. « Parla della morte… Non della morte cicca, ma di quella psicologica, morale, mentale, che un uomo normale può incontrare durante la sua vita. Direi che una persona comune, ciascuno di noi forse, mentre vive si imbatte diverse volte in questo genere, in questo tipo di morte, in questi vari tipi, anzi, di morte. Così, quando tu perdi un lavoro, quando perdi un amico, muori un po’; tant’è vero che devi un po’ rinascere, dopo». Così De André, in un’intervista Rai del ‘69, spiegava la tematica di Tutti morimmo a stento, album caratterizzato da atmosfere (le musiche sono anche del grande Gian Piero Reverberi) e testi molto cupi. La prima traccia, Cantico dei drogati, è scritta sulla base della poesia Eroina di Riccardo Mannerini (Liberodiscrivere Editore), amico di De André, morirà suicida nel 1980.
Il vero capolavoro è però la Ballata degli impiccati, scritta con Giuseppe Bentivoglio: sulle note di un funereo bolero, i condannati a morte esprimono la loro personale maledizione verso quel mondo che li ha abbandonati: dalla «donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria» a chi li ha poi sepolti, «giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino». La Ballata, che prende ispirazione dall’omonima poesia del francese François Villon, inizia con quella che Roberto Vecchioni ha definito un’«iperbole straordinaria»: «L’urlo travolse il sole», sono gli impiccati stessi a uccidersi urlando così forte da annientare il sole. La morte dei condannati è «senza abbandono» perché non hanno mai potuto vivere sereni, e questa è una colpa di chi non glielo ha permesso.
Unica «pecca» del disco è l’insieme dei due ultimi brani, Recitativo e Corale, che – musicalmente non all’altezza del resto del disco – paiono davvero due predicozzi fini a se stessi. Ma nulla può impedire che questo album rimanga nella storia come un assoluto capolavoro.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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