Blackstar: un epitaffio che sa di capolavoro


David Bowie
2016 – Sony Music

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Possono bastare sette brani per fare un capolavoro? Se ti chiami David Bowie, se sai di essere malato e se vuoi lasciare al mondo il tuo testamento spirituale, sì, sono sufficienti sette brani. Dalla lunghissima traccia omonima (quasi 10 minuti) alla più classica ma jazzata I Can’t Give Everything Away, un percorso lungo meno di tre quarti d’ora. Importantissimo il contributo di Maria Schneider per Sue (Or in a Season of Crime), il pezzo più rockettaro dell’intero album, contrariamente alle origini dell’autrice degli arrangiamenti, grande artista jazz. Tutto tiene l’ascoltatore con il fiato sospeso, in una sorta di estasi onirica dovuta alla musica avvolgente e penetrante che caratterizza questo disco. Capolavoro nel capolavoro è senza dubbio Lazarus, ballata sul filo del delirio che ripercorre tutta la carriera di Bowie: «Guarda quassù, sono in paradiso, Ho delle cicatrici che non possono essere viste, Ho una storia che non può essermi rubata, Ora tutti mi conoscono. Guarda quassù, amico, sono in pericolo, Non ho nulla da perdere» e poi «Vivevo come un re, Poi ho speso tutti i miei soldi, stavo cercando il tuo culo». Secondo il produttore Tony Visconti, collaboratore del Duca Bianco dai tempi degli Hype, «Blackstar» e nello specifico Lazarus sono da intendersi come una sorta di auto-epitaffio che Bowie, consapevole che la fine fosse imminente, ha voluto lasciare ai suoi ascoltatori. Il fatto che l’artista sia morto due giorni dopo l’uscita dell’album (e quindi due giorni dopo il suo 69esimo compleanno), al di là di ogni congettura priva di fondamento, dà a ★ un valore immenso e obbliga l’ascoltatore a un’interpretazione unica di uno dei più grandi dischi degli ultimi anni.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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