Steve McCurry: la potenza della fotografia

Mi ricordo che quando ho frequentato il corso di fotografia la mia parte preferita era sempre quando, alla fine della lezione, ci venivano mostrate alcune foto scattate da fotografi famosi. Da Henri Cartier-Bresson a Sebastião Salgado, da Robert Capa a Steve McCurry, da David Alan Harvey a Elliott Erwitt. Probabilmente perdermi nelle immagini che ci venivano mostrate era il modo migliore per conoscere parti del nostro mondo che altrimenti non ero sicura che avrei visto.

bombay
Bombay, India. Foto di Steve McCurry

E forse è per questo che mi piace così tanto la fotografia, mi piace che sia universale, che sia un linguaggio che arriva a tutti, che sia strumento di conoscenza, che riesca ad arrivare là dove le parole non arrivano. Ci sono cose che non possono essere dette, emozioni così grandi che non possono essere descritte, ma anche drammi di cui i racconti non possono renderci del tutto partecipi, o almeno, non fino in fondo. Nell’esatto punto in cui terminano le parole, al loro capolinea, subentra la fotografia. La potenza dell’immagine sta nell’impatto che ha sull’osservatore, nell’immediato, nella reazione istantanea che suscita, nell’emozione che smuove, anche nel ricordo a cui giungiamo guardandola o personalmente, alla spinta che ci dà nel voler raggiungere qualcosa.
La fotografia arriva a tutti nello stesso modo, e questo è importantissimo soprattutto oggi che le cose che accomunano gli esseri umani sembrano essere sempre meno, o meglio, sempre più nascoste e messe in secondo piano da ciò che allontana. Ma la fotografia non ha solo il pregio di mostrare i punti che abbiamo in comune, ha anche il merito di evidenziare le abissali differenze che intercorrono tra gli esseri umani, senza mai renderle strumento di discriminazione. È anche di questo che parla Steve McCurry quando a proposito della fotografia e Steve-McCurrydei propri lavori dice: «
Voglio trasmettere il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità».
La carriera di McCurry ha inizio quando nel 1979 riesce ad attraversare il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa. Riesce quindi a diventare testimone di guerra, grazie alle fotografie che verranno poi pubblicate in tutto il mondo e che hanno avuto il merito di mostrare per la prima volta il volto del conflitto. Per questo servizio McCurry ha poi vinto il «Robert Capa Gold Medal for best published photographic reporting from abroad»: l’inizio di una carriera coronata da successi. McCurry ha continuato ad essere testimone, attraverso la fotografia, di conflitti internazionali tra cui le guerre in Cambogia, Filippine, Iran-Iraq, Beirut e la guerra del Golfo, iniziando collaborazioni con numerose riviste importanti, tra cui il National Geographic Magazine.
Spesso, quando sentiamo notizie alla radio o alla televisione che parlano della guerra, ci sembra una cosa molto lontana da noi. Siamo forse, e purtroppo, quasi «abituati» a un certo tipo di notizie, come se la guerra «in quei paesi» fosse normale perché c’è da sempre, e come se, in alcuni casi estremamente più tristi, alcune vittime contassero meno di altre perché «ormai lì quella è la situazione». La fotografia ci ricorda che non importa quanto dura un conflitto, è sempre terribile dall’inizio alla fine, che non è vero che quello che succede in paesi lontani da noi geograficamente non ci riguarda e infine che non bisogna smettere di essere umani e ricordarsi delle cose che ci rendono simili.
La potenza dell’immagine è la chiave per smuovere l’opinione pubblica. Perché se sentire le notizie attraverso televisione e radio rischia di diventare un rumore di sottofondo a cui a poco a poco non daremo più importanza, di sicuro la realtà buttataci di fronte agli occhi da una fotografia, che nell’orrore di ciò che immortala riesce a smuoverci la coscienza, non rischierà mai di passare inosservata.

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