«Canzoni», se questa è la «crisi» di De André

In occasione dei 17 anni dalla morte di Fabrizio De André (11 gennaio), considerato dalla maggioranza il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, ogni settimana analizzeremo – senza pretesa di esaustività – i 13 album in studio dell’artista genovese: da Volume I ad Anime Salve, dal 1967 al 1996.

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Siamo nel 1974 ed ecco uscire Canzoni, il settimo album di Fabrizio De André. L’Lp conta undici brani di cui 7 traduzioni di pezzi stranieri: uno di Dylan (tradotto da Francesco De Gregori), uno di una canzone popolare francese del Quattrocento, due di Cohen e tre di Brassens. «Effettivamente in quel periodo ero in crisi e, piuttosto che non scrivere nulla, mi sembrò giusto mettermi a tradurre», ammetterà De André stesso. Il risultato è un disco di transizione che comprende anche sei brani del periodo Karim riarrangiati da Giampiero Reverberi. Di Canzoni fanno parte pezzi che rimarranno nella storia della musica italiana e nell’immaginario collettivo: la Ballata dell’amore cieco, la Canzone dell’amore perduto, La città vecchia e Valzer per un amore. La prima traccia è invece la traduzione di Desolation row di Dylan, divenuta Via della povertà: dell’originale la canzone di De André conserva molti aspetti, per esempio i personaggi che sopravvivono quasi interamente alla traduzione.
Non si tratta del classico concept album alla De André: insieme a Volume 8, il disco successivo, rappresenta un periodo di «crisi» (si fa per dire) del cantautore genovese, una mancanza di ispirazione che, però, non gli ha impedito di comporre brani che rimangono ancora, 42 anni dopo, nella memoria di tutti.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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