Di gay, di canguri e di altre sciocchezze

Evidentemente c’è chi, da piccolo, non ha mai giocato né coi suoi coetanei né con i grandi: è difficile spiegare diversamente la bufera scoppiata dopo la pubblicazione del mio articolo (clicca qui per leggerlo) in cui spiegavo perché il Movimento 5 Stelle ha fatto bene a rifiutarsi di votare il canguro. Da piccoli ci insegnavano che ogni gioco ha le sue regole: ovviamente questo vale anche per le questioni che affrontiamo da adulti. La vittoria e la sconfitta assumono un significato solo in rapporto alle regole che portano a esse: piegare le norme al solo fine di raggiungere un traguardo è ritenuto universalmente un comportamento scorretto, pur essendo un iter che in molti troppo spesso seguono.

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Sen. Monica Cirinnà (Pd)

Ci perdoni il Maestrone Francesco Guccini se per queste righe abbiamo storpiato il titolo del suo album del 1996 («D’amore di morte e di altre sciocchezze»), ma era il modo più semplice per introdurre una distinzione fondamentale, quella fra assoluto e contingente. Se, filosoficamente parlando, si può affermare – pur semplificando – che l’assoluto sia il terreno in cui accade il contingente, possiamo spostare questo rapporto alla questione legislativa: all’interno di un quadro normativo che stabilisce le «regole», si «gioca» creando, modificando o abolendo le leggi. L’unica regola è non modificare o piegare le regole per un caso specifico.
Chi ci segue sa benissimo quanto chi scrive e tutta la redazione si sono battuti a favore delle unioni civili per le coppie dello stesso sesso, oltreché per le adozioni e contro ogni forma di discriminazione. Per fortuna o purtroppo, dipende dai punti di vista, ogni legge deve seguire un percorso predeterminato e, soprattutto, dev’essere approvata dalla airolamaggioranza dei parlamentari. Ci siamo (giustamente) lamentati degli abusi dell’utilizzo dei decreti-legge: quando non c’è una vera urgenza – motivo per cui il dl è stato creato – si tratta di una scorciatoia per ottenere i benefici della legge prima del voto parlamentare (il dl dev’essere approvato dalle camere entro 60 giorni dalla sua emissione, ma intanto è già valido); il cosiddetto «canguro» è,
mutatis mutandis, la stessa cosa: una scorciatoia che accorcia i tempi e diminuisce le probabilità di un fallimento al prezzo della perdita di una parte di discussione parlamentare.
Una lettrice ci fa presente che «questo è un caso in cui, semplicemente, su calcoli politici si sta giocando una legge (peraltro già all’acqua di rose) che parla di diritti civili, non di robettine», e su questo non possiamo che essere d’accordo. Però, ripetiamo, ogni legge deve seguire un
iter che non può essere modificato solo per l’importanza di quella legge. Siamo d’accordo che gran parte degli emendamenti al ddl Cirinnà siano ridicoli e avvilenti però queste sono le regole. Se iniziamo a modificarle quando si tratta di questioni basilari come le unioni civili, dove andremo a finire? A chi spetterà il compito di decidere quando le regole potranno essere messe da parte e quando invece dovranno essere applicate? Utilizzare il cosiddetto «canguro» significa restringere fortemente il dibattito parlamentare: emettere degli emendamenti è un diritto dei parlamentari, diritto che può essere esercitato in modo intelligente o ottuso, ma sempre un diritto rimane.
Se malauguratamente il ddl Cirinnà venisse bocciato dal parlamento, la causa di questo fallimento sarebbe unicamente da attribuirsi al voto in aula, come dev’essere. È controproducente cercare di aggirare una regola solo per l’importanza di un disegno di legge: agendo in questo modo potrebbe crearsi un precedente assolutamente dannoso per il nostro potere legislativo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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