Della «pulizia» del Pd: un nuovo ddl Cirinnà

Non c’è niente da dire: la colpa è sempre degli altri, anche se è il premier Matteo Renzi a dare gli ordini. Oggi verrà presentato un maxi-emendamento al Senato per eliminare la cosiddetta stepchild adoption, l’adozione del figlio biologico del partner, dal ddl Cirinnà. Da notare anche il fatto che Renzi, pur non avendoci mai messo la faccia finora, ha deciso di mettere la fiducia anche su questo disegno di legge, il cui voto diviene così per o contro il governo. La senatrice, che giorni fa aveva dichiarato che se il ddl fosse diventato «una schifezza» sarebbe stata «pronta a togliere la firma e lasciare la politica», pare entusiasta: lunedì sera ha twittato che la «partita a scacchi dei tatticismi è finita», poi si è complimentata col governo perché ha messo «in salvo la legge».

renzi-cirinnà


Nel disegno renziano, o almeno in quanto ne traspare, la questione delle adozioni è un passo successivo che verrà intrapreso singolarmente o insieme ad altre norme sulla questione. Il dietrofront democratico sembra essere l’unica via d’uscita per il premier che, dopo aver cassato l’opportunità di un’alleanza con il M5S, vede in un asse trasversale la possibile approvazione del ddl Cirinnà. A parte gli iper-cattolici e pochi altri, la stragrande maggioranza dei senatori è favorevole alle unioni civili per le coppie dello stesso sesso a patto che 1. venga stralciata la stepchild adoption e 2. le unioni non vengano neanche lontanamente paragonate o, peggio, equiparate al matrimonio. Su entrambe le modifiche il Pd sembra disponibile.
È difficile pensare a un ddl Cirinnà più trasfigurato di questo: se, per quanto riguarda l’adozione del figliastro, si tratta solo di mettere in regola situazioni che già esistono senza per questo legalizzare l’utero in affitto, l’equiparazione al matrimonio è un tema molto più importante e centrale di quanto possa sembrare: avere due istituti giuridici differenti per le coppie etero e le coppie omosessuali significa essere ancora lontani da quell’uguaglianza verso cui il ddl Cirinnà sembrava poter portare l’Italia.
renziMonica Cirinnà sembra però meno motivata di un tempo: è passata solo una settimana dal 17 febbraio, quando dichiarava «Siamo in grado di approvare la legge sulle unioni civili. I numeri li troveremo». Checché ne dica la senatrice, la legge è «messa in salvo» solo esternamente: il maxi-emendamento previsto per oggi potrebbe snaturarla completamente, trasformandola solo in un pallido fantasma dell’inaugurazione dei diritti civili in Italia, ciò che nelle parole e nelle speranze di tutti avrebbe dovuto essere.
Se la legge non passerà o, peggio, passerà in una sua versione «edulcorata», non si potrà certo dare la colpa al Movimento 5 Stelle, come invece ancora troppe persone fanno. 35 senatori su 321 possono essere determinanti ma non possono fare molto di fronte a 121 membri del Pd, 40 di Fi, 32 di Area Popolare, 26 del Misto, 15 di Gal e 12 della Lega. Se la legge non passerà o, peggio, passerà in una sua versione «edulcorata», la responsabilità sarà di una maggioranza in Senato che non l’ha voluta.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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