Rossebuurt: viaggio nell’Amsterdam hot

Dalla nostra corrispondente Amsterdam
De Wallen – o Rossebuurt per gli abitanti – è il vero nome del quartiere di Amsterdam che tutti conoscono come «Red Light District». Quest’area, che si estende tra la Stazione Centrale e Nieuwmarkt, è la più famosa e frequentata ma non è l’unica «a luci rosse» nella capitale olandese: altre con caratteristiche simili si trovano in Singel e nel quartiere De Pijp.

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La maggior parte delle voci che circolano su questa zona «hot» della città sono vere: oltre alle prostitute in vetrina, infatti, sono presenti numerosi sexy shop, svariati night club che offrono spettacoli (di spogliarello o pornografici) dal vivo e perfino due insoliti musei, Del sesso e Del profilattico. Perlopiù questi locali sono aperti di notte, ma certi continuano a svolgere la propria attività anche di giorno.
Secondo alcune recenti statistiche facilmente reperibili online, i Paesi Bassi ospitano approssimativamente 25.000 prostitute, il più delle quali non è di nazionalità olandese. Ad Amsterdam ne lavorano all’incirca 7.000. La condizione in cui esse lavorano è all’insegna della massima sicurezza, sotto tutti i punti di vista: sono sottoposte a regolari controlli sanitari e devono rispettare norme professionali. L’intero quartiere, inoltre, è videosorvegliato 24ore su 24 ed è assolutamente vietato (e severamente punito) fare foto alle vetrine.

Non potrebbe essere altrimenti, dato che nei Paesi Bassi la prostituzione gode di lunga tradizione di tolleranza, in cui la sicurezza è un concetto cardine. La legalizzazione del mestiere risale al lontano 1815 e, dal 1996, è tassato dal Governo olandese. Oggi è ritenuto un lavoro a tutti gli effetti, i cui professionisti hanno un proprio sindacato, possono rivolgersi alla polizia e a un centro informativo, aperto anche ai turisti.

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«Qui la gente non dà troppo peso alla prostituzione», mi racconta Samantha, una collega originaria di Haarlem, poco più ad ovest di Amsterdam. «Si tratta di un lavoro come un altro, è qualcosa che esiste e tutti se ne sono fatti una ragione. Ogni città ha il suo quartiere “a luci rosse” e non ci sono differenze di pensiero a riguardo tra il nord protestante e il sud cattolico dell’Olanda». Alla mia domanda su come i suoi genitori, quand’era bambina, abbiano affrontato per la prima volta l’argomento ottengo un sorriso sornione e divertito: «Beh, è molto semplice. Mi hanno spiegato come stanno le cose, senza mezzi termini: una prostituta è qualcuno che fa sesso per guadagnare soldi. Anzi, a dire la verità non se ne discute spesso in famiglia perché non ce n’è bisogno, sarebbe come parlare dei panettieri o degli operai. Fa parte della nostra quotidianità e non scandalizza nessuno, neppure le persone più anziane». Immagino, quindi, che qui nelle scuole si tengano molti corsi di educazione sessuale. È così? «Certo, iniziano dai 10 anni a insegnarti i cambiamenti del tuo corpo, poi verso i 13 si cominciano a trattare i rapporti sessuali e le loro conseguenze, specialmente le malattie trasmissibili». Vi lascio solo immaginare l’espressione sul volto di Samantha quando i ruoli si sono invertiti e le ho illustrato la situazione in Italia. Ma torniamo ai numeri.
Nel 2014 Regioplan, gruppo di ricercatori che lavora per il Governo e le grandi aziende olandesi, ha condotto un interessante studio in merito, 512_fullimage_amsterdam red light district gracht by night.jpgbasandosi sulle interviste di 267 tra privati, club e agenzie di prostituzione. Ben il 93% delle persone intervistate sono donne, solo il 5% uomini e infine il 2% sono transgender. Quasi la metà di essi sono nati nei Paesi Bassi (47%), circa il 21% è originario dell’Europa orientale, il 15% proviene da Centro e Sud America e l’11% dall’Asia. Più di un quinto degli intervistati ha dichiarato di essere entrato nel mondo della prostituzione quando aveva meno di 21 anni. L’età media di inizio della professione sessuale è 28 anni.
In media, gli intervistati lavorano 27 ore alla settimana, ma più di un terzo indica un’occupazione settimanale minore di 12 ore. La stragrande maggioranza di essi ha deciso di diventare «operaio del sesso» per motivi economici, personali o familiari. Molti dichiarano di avere almeno una volta smesso di fare questo mestiere, ma circa un terzo di coloro che si sono fermati dopo sei mesi ha ripreso l’attività per problemi finanziari.
L’anonimato, inoltre, è fondamentale per quasi tutti gli intervistati. Tre quarti di essi trovano importante che famiglia, amici e conoscenti rimangano all’oscuro rispetto al loro lavoro.
Nonostante non sia un’occupazione per molti versi «piacevole», nei Paesi Bassi la prostituzione è comunque molto rispettata e controllata. Oltre ad arricchire con le imposte le casse dello Stato olandese, i professionisti del settore, quindi soprattutto le giovani donne, si vedono garantite protezione e sicurezza, sia da un punto di vista sanitario sia lavorativo.

Giulia Pianelli

Laureata in Economia dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari di Venezia, frequento la magistrale in Marketing e Mercati Globali all'Università di Milano-Bicocca. Innamorata della cultura, nel mio piccolo cerco di diffonderla il più possibile.

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