«Rimini», il primo Lp «americano» di De André

In occasione dei 17 anni dalla morte di Fabrizio De André (11 gennaio), considerato dalla maggioranza il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, ogni settimana analizzeremo – senza pretesa di esaustività – i 13 album in studio dell’artista genovese: da Volume I ad Anime Salve, dal 1967 al 1996.

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«Io e Fabrizio lavoravamo con molta serenità e anche molto velocemente: abbiamo fatto due dischi in tre anni. C’era una bella dinamica tra me e lui, c’era molta ispirazione, poi furono due dischi che gli aprirono anche il grosso pubblico. Ci fu tutto sommato un senso della cultura popolare “alta” anche gramsciano, a ben vedere. La gente, anche se non è colta, è intelligente, può arrivare a qualsiasi contenuto. Avevamo un senso alto della “popolarità”», così, anni dopo, Massimo Bubola spiegherà a Luigi Viva (Non per un dio ma nemmeno per gioco, Feltrinelli) l’essenza della sua collaborazione con De André, che ha inizio nel 1978 con «Rimini». L’album, che decreta l’abbandono della chanson francese, rappresenta l’avvicinamento del cantautore genovese al rock e al cantautorato anglosassone, soprattutto americano, già anticipato dalla traduzione di Desolation row pubblicata in «Canzoni» quattro anni prima. L’allora ventiquattrenne Massimo Bubola, coautore di testi e musiche, riesce a spingere De André oltre i propri confini anche negli arrangiamenti: il già citato abbandono dello stile francese sarà fortemente significativo per quello che De André farà nei diciott’anni seguenti. Otto brani per quaranta minuti di Lp, «Rimini» contiene grandissimi successi come il brano omonimo, Andrea e Volta la carta; Romance in Durango di Dylan diviene Avventura a Durango mentre gli altri quattro pezzi sono dei piccoli gioielli forse un po’ troppo di nicchia: la fiabesca Sally, la forte e violenta Coda di lupo, la tragica Parlando del naufragio della London Valour (che parla di un terribile incidente avvenuto realmente a Genova) e la velocissima Zirichiltaggia in lingua sarda. «Rimini» risulta essere un passaggio fondamentale nella maturazione artistica di Fabrizio De André, maturazione che culminerà sei anni dopo con «Crêuza de mä», soprattutto per quanto riguarda l’aspetto musicale. Per quanto invece concerne i testi, si ha nel primo Lp con Bubola un altro passo avanti in quel percorso di «svecchiamento» già iniziato con «Volume 8»: il lessico diviene più attuale e meno tetro (caratteristica tipica dei primi tre album), le critiche meno dirette e l’atmosfera molto spesso surreale e onirica.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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