Quelle donne maschiliste anche l’8 marzo

Buona festa della donna a tutte le nostre lettrici. Anziché celebrarla con mimose o con strip-tease, vediamo di farlo usando un po’ di buonsenso. Circola sul web l’immagine che vedete qui sotto, raffigurante – almeno nelle intenzioni degli autori – da una parte le 129 operaie morte nell’incendio di una fabbrica nel 1908, dall’altra delle «galline» che festeggiano l’8 marzo in compagnia di uno spogliarellista. A parte il fatto che non c’è alcun nesso fra la tragedia in cui persero la vita le operaie – che poi è avvenuta nel 1911 e le vittime furono 123 donne e 23 uomini – e la Giornata internazionale della donna, risulta difficile trovare un collegamento fra la celebrazione dei diritti delle donne e l’immagine in questione.

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Andiamo con ordine: una «giornata della donna» venne istituita già a cavallo fra il primo e il secondo decennio del Novecento. In quel caso la ragione principale era l’estensione del diritto di voto anche al genere femminile. La scelta dell’8 marzo deriva da un avvenimento del 1917, quando le donne di San Pietroburgo guidarono una manifestazione volta a festeggiare la fine della Grande Guerra; la reazione violenta e repressiva dei cosacchi portò alla caduta dello zarismo. In Italia la festa della donna arrivò nel 1922 per iniziativa del Pci, essendo Lenin (morto da poco) un sostenitore della ricorrenza. L’Onu proclamò il 1975 «Anno internazionale delle donne» e nel 1977 ufficializzò la festa che celebriamo ancora oggi. La scelta della data deriva dal fatto che già in molti stati era utilizzato l’8 marzo. Quindi nessun nesso fra la tragica quanto fantomatica morte di 129 operaie e la istituzione di questa giornata.
Per quanto riguarda invece l’immagine in questione, essa sembra gettare acqua al mulino del maschilismo: il femminismo non dovrebbe forse fleur-jaune-mimosa-101009parlare di «diritti delle donne»? Se questo è vero, non è forse vero anche che è un diritto fare ciò che si vuole, nel rispetto delle leggi? E se queste due premesse sono entrambe vere, non ne consegue forse che ogni donna è libera di festeggiare l’8 marzo come meglio preferisce? Pare di no, se coloro che scelgono di assistere a uno spogliarello maschile vengono definite – anche da alcune donne – «galline».
È bene parlarsi chiaro: di cosa stiamo veramente parlando? Nessuno si sconvolge se, nell’epoca del consumismo, il 25 dicembre appare Babbo Natale nelle vesti portate al successo dalla tutt’altro che sacra Coca-Cola; ben pochi si scandalizzano se il Natale viene celebrato anche da atei e agnostici come un giorno in cui scambiarsi regali senza andare per forza in chiesa a ricordare la nascita di Cristo. Questo perché il buonsenso ha trionfato sul tradizionalismo più becero: ognuno è libero di celebrare le feste come meglio crede e ha il diritto di non essere chiamato per questo «miscredente» (nel caso del Natale) o «gallina» (nel caso dell’8 marzo).
La critica mossa dall’immagine che vi abbiamo proposto è indubbiamente figlia del più radicale maschilismo secondo cui sono da lodare le donne che perdono la vita lavorando, mentre sono da stigmatizzare i comportamenti di quelle più «libertine», che in virtù dei loro «atteggiamenti ambigui e provocatori» sono definite «galline». Forse, se davvero le donne siano davvero in cerca di un’uguaglianza che purtroppo ancora troppo spesso latita, sarebbe il caso che smettessero di azzannarsi fra di loro, cercando invece quei diritti che tanto invocano e che oggi come un tempo meritano.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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