Zaman: come far tacere una voce libera

Al centro del dibattito sulla libertà di stampa si pone, ancora una volta, la Turchia. Non avendo comunque mai brillato per grandi meriti in questo campo, e più volte caduta sotto i riflettori dei media internazionali per limitazioni imposte alle redazioni di giornali e canali televisivi o persecuzione di giornalisti, la Turchia e il governo di Recep Tayyip Erdoğan tornano a stupire.
Al centro del mirino il giornale Zaman, uno dei quotidiani maggiormente diffusi nel paese e uno dei pochi in opposizione al governo, accusato di «propaganda terroristica» a favore dello «stato parallelo» di Fethullah Gülen.

Erdogan


Ma facciamo un passo indietro.
Recep Tayyip Erdoğan è il presidente della Turchia, in carica dall’agosto 2014 e a capo del Partito per la giustizia e lo sviluppo che lui stesso ha fondato. Di stampo conservatore, si è fatto strada in politica dopo aver superato le accuse di incitamento all’odio religioso.
Fethullah Gülen, imam e politologo turco, è leader del movimento «Hizmet» («Il servizio»), si professa a favore della coesistenza pacifica e del dialogo tra le civiltà, e di una versione «moderata» dell’Islam, ma soprattutto è nemico del presidente.
Venerdì 4 marzo un tribunale di Istanbul ha posto sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale Feza Media Group, di cui Zaman fa parte, nominando una nuova direzione e prendendo così il controllo di uno dei pochi gruppi editoriali in opposizione al presidente, con l’accusa di sostenere apertamente il pensiero politico di Gülen.
Lo scorso ottobre era accaduto lo stesso per il gruppo editoriale turco «Ipek» che controllava i canali tv «Bugun tv» e «Kanalturk», più i quotidiani «Bugun» e «Millet» che sono stati chiusi dopo che la polizia era entrata con la forza nella redazione.
Il metodo adottato dal governo per mettere a tacere le voci «scomode» è guidare i canali di informazione, inserendo, a capo degli stessi, avvocati o politici filogovernativi, così da riuscire a cambiare la linea politica di giornali e canali televisivi. Alcuni di questi mezzi di informazione poi sono spesso vittime di accrediti negati, ispezioni fiscali, minacce e interferenze.
Quando venerdì scorso la polizia è entrata anche nella redazione di Zaman, i giornalisti avevano già mandato in stampa l’edizione del sabato, che è stata quindi l’ultima prima del cambio di redazione. In prima pagina, nella versione inglese del quotidiano, spicca il titolo su sfondo nero «Un giorno vergognoso per la stampa libera in Turchia», e nella versione turca «Costituzione sospesa».
Molti sono poi i giornalisti che sono intervenuti a favore di Zaman e della libertà di stampa denunciando la situazione e affermando che «ormai i giornalisti frequentano più i tribunali delle redazioni» e che si tratta di un «atto contro la Costituzione che fa di oggi un giorno tristissimo», come spiega Sevgi Akarcesme, alla guida dell’edizione inglese del quotidiano. «Siamo vicini ad un governo di tipo fascista» accusano altri, «Non c’è mai stata una polarizzazione così grande in Turchia» dice una giornalista che rischia l’ergastolo per aver pubblicato una vignetta di Charlie Hebdo.

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Ma la protesta non si fa viva soltanto tra i redattori e i giornalisti: in piazza scendono infatti quasi 500 persone per protestare e ribadire che la libertà di stampa è un diritto che non va negato.
I giornalisti in Turchia devono affrontare spesso dei processi e rischiano il carcere, numerosi sono infatti i casi citati anche dal Cpj (Committee to Protect Journalists), come quello dei due giornalisti turchi che lavoravano per il quotidiano Cumhuriyet e che hanno passato 92 giorni in una condizione di pre-detenzione prima di essere liberati lo scorso febbraio e che ancora dovranno affrontare numerosi processi.
All’indomani del cambio di direzione, il quotidiano Zaman rinasce con un volto nuovo e con una linea politica filogovernativa. Erdoğan in prima pagina viene ritratto di fronte al cantiere per il terzo ponte sul Bosforo, nelle altre pagine scorrono le foto di soldati «martiri» morti a causa della guerra contro i curdi, e ancora, il presidente che preannuncia con gioia la festa della donna: in poche ore il quotidiano è diventato una macchina di propaganda del governo. Quando i redattori di Zaman sono tornati in ufficio per lavorare, le connessioni internet non funzionavano, gli account erdogan1email erano stati chiusi, così come le pagine dei social. L’archivio online del sito per poco non veniva cancellato del tutto, neanche le connessioni interne alla redazione funzionavano più, rendendo impossibile il lavoro di caricamento di articoli online, e alcuni redattori sono stati licenziati.
Alcuni dei redattori di Zaman dopo essere stati licenziati sono riusciti a mandare in stampa un nuovo quotidiano chiamato «Yarina Bakis» («Guarda al domani») la cui prima edizione è già uscita domenica. Non è chiaro come siano riusciti a fare questo così velocemente, ma mi piace pensare che questo sia il tempo di ripresa di chi viene obbligato a tacere e che intende riappropriarsi del diritto di parola. Tappare la bocca ai giornali non significa soltanto negare la libertà di stampa e la libertà di espressione, ma anche negare la verità e l’informazione agli utenti. Speriamo solo che non diventi sempre più facile per i governi in carica ottenere il potere necessario per schiacciare anche coloro che si fanno portavoce di questi diritti di tutti.

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