Street art: a Bologna un museo «per ricchi»

Da venerdì 18 marzo a Palazzo Pepoli a Bologna si svolgerà la mostra «Street Art-Bansky&Co» che ha già fatto scoppiare molte polemiche. Già l’espressione «Mostra di street art» sembra ossimorica: l’essenza di questa vera e propria arte è proprio quella di essere in mezzo alla città viva, di essere a contatto con la gente che ogni giorno vive e occupa un determinato spazio cittadino.

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Fatta questa premessa, pare però ingiusto criticare a prescindere quella che sarebbe potuta essere un’iniziativa ricca di potenzialità. È vero che la street art dovrebbe, tautologicamente, rimanere in strada, ma non è la prima volta che una forma d’arte viene strappata dal contesto per cui era stata pensata e portata in un museo. Esempio classico sono le pale d’altare, pensate per le chiese, che oggi sono smembrate in vari musei ed esposte in luoghi per cui non erano state create. Nessuno però si indigna per questo fatto.
Inoltre, noi adduciamo a favore della conservazione nei musei il fatto che in questo modo le opere sono tutelate: la street art è soggetta a tutte le intemperie possibili e non è sbagliato trovare un modo per tutelarla.
Ciò che è sbagliato sono stati i modi e i tempi con cui questa mostra è stata organizzata: innanzitutto i responsabili avrebbero dovuto consultare gli artisti. È vero che le opere fanno idealmente parte della città e di tutti, ma è anche vero che tutti sanno da chi sono state create. La proprietà perlomeno intellettuale rimane. Se l’artista ha deciso che banskyl’opera deve rimanere dove è stata approntata la vernice, bisogna rispettare la sua volontà. Magari, tra anni, vedendo i danni che queste opere avrebbero potuto subire all’aperto, si sarebbe potuto pensare a una forma di tutela.
La cosa più vergognosa, però, rimane il prezzo del biglietto. Tralasciando la legittimità o meno della mostra, mettere a pagamento un’arte che dovrebbe essere, proprio per la sua essenza, fruibile a tutti è irrispettoso. Un prezzo simbolico (pochi euro) poteva anche essere accettato, ma il costo di 13 euro pare eccessivo. Questa mostra poteva essere l’occasione perfetta per avvicinare anche i più scettici all’arte di strada, per far cadere degli stereotipi, per smettere di considerare questi artisti anche come dei criminali. Poteva anche essere un modo per cercare di portare gli stessi writers a concepire il fatto che le loro opere potessero avere una vita, in un futuro, anche all’interno di strutture apposite, per poterle tutelare. Ancora una volta, però, si è riusciti ad applicare la speculazione; in questo caso su un’idea che nasce dalla negazione della speculazione stessa.

Giada Arcidiacono

La Voce che Stecca

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