De André: «Crêuza de Mä» e la svolta mediterranea

In occasione dei 17 anni dalla morte di Fabrizio De André (11 gennaio), considerato dalla maggioranza il più grande cantautore italiano di tutti i tempi, ogni settimana analizzeremo – senza pretesa di esaustività – i 13 album in studio dell’artista genovese: da «Volume I» ad «Anime Salve», dal 1967 al 1996.

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Il 1984 è l’anno dell’ennesima svolta di Fabrizio De André, ma in questo caso il cambio di rotta avrà una portata storica anche oltre i confini italiani. Esce «Crêuza de Mä»: sette brani conditi con sonorità che poi i critici chiameranno «world music»: un album mediterraneo che parte dal capoluogo ligure e arriva fino alla Turchia e al Libano, passando di porto in porto, avendo come minimo comun denominatore proprio Genova. Prima particolarità del disco è senza dubbio l’idioma utilizzato: definito in genere «genovese», si tratta invece di una lingua quasi inventata, frutto di una ricerca linguistica che avrà come risultato una sorta di ibrido, un genovese che non esiste più da parecchi secoli. Come collaboratore di De André troviamo Mauro Pagani, membro della Pfm al tempo della collaborazione ne «La buona novella», bresciano classe 1946, quindi all’epoca di «Crêuza de Mä» neanche quarantenne. «Io ho sentito artisti spagnoli, francesi, parlarmi di quel disco e dire che avevano intuito la bellezza di questo lavoro. La cosa che mi stupisce di più è che nel 1984 lui sia riuscito a fare un’operazione del genere», spiegherà Ivano Fossati. «“Crêuza de Mä” è un grande disco, che riesce a combinare elementi inusuali e innovati in maniera estremamente emozionale. Questo, di per sé, è un fatto straordinario», commenterà David Byrne, che conclude: «Ritengo che tutti noi dobbiamo essere riconoscenti a Fabrizio De André per il fatto che un poeta del suo livello abbia scelto la “pop music” come mezzo di espressione». L’album avrà un’enorme influenza sui due lavori in studio che, a distanza di sei e dodici anni, lo seguiranno: il cantautore genovese non si staccherà più né dall’artificiosa lingua inventata con Mauro Pagani, né dalle straordinarie sonorità del Mediterraneo. Dall’omonima Crêuza de Mä si passa all’onirica e orgasmica Jamin-a, il sogno di tutti i marinai; dalla drammatica Sidún si passa alla storia del genovese Cicala, scalatore sociale e approfittatore per antonomasia; dalle vicende della Pittima, del riscossore di debiti, si prosegue con  duménega, che parla delle prostitute genovesi in libera uscita nel giorno del Signore, per poi concludere con la malinconica D’ä mê riva. «Crêuza de Mä» è un capolavoro assoluto che va ascoltato e riascoltato e che, a distanza di ventidue anni, non ha perso neppure un centesimo dello smalto che aveva appena pubblicato.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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