Il magico inganno di un buon libro

Spesso sulla Voce Culturale leggo articoli, giustamente ricchi di giudizi negativi, su alcuni best seller del momento. Si riconoscono subito dai colori brillanti con cui sono scritti i titoli, dalle immagini sdolcinate sulla copertina (di solito un fiore, una donna o due amanti in un giardino). Per non parlare dei titoli: «Ti amo» «No, invece ti odio» «No, aspetta sono confusa». Stretta intorno alla copertina c’è una fascia di carta gialla con scritto frasi del tipo: «16 triliardi di copie vendute», «Il caso editoriale dell’anno»; «Un esordio sorprendente». Questi libri che infestano negozi e edicole sono leggeri, a dispetto del numero di pagine, scritti da esordienti che hanno cominciato con il self-publishing. Leggeri non ha sempre valore positivo, leggeri spesso significa che li dimentichi non appena li riponi sullo scaffale o spegni l’e-book, spesso li dimentichi anche mentre stai leggendo. Non ho nulla di personale contro gli autori, anzi probabilmente è solo l’invidia del successo che mi sta dettando questo articolo, a me che ho scelto la strada, sempre più stretta e piena di insidie, dell’editoria tradizionale; non dubito che nel mucchio ci sia anche qualche romanzo degno di nota. Tuttavia la maggior parte di queste opere raccontano il nulla e sono animate da personaggi dalla psicologia piatta. Mi sono detta: «Cecilia, sforzati di leggere qualcosa di stupido». Ho provato a leggerne qualche pagina, più o meno iniziano così: «Mi sveglio e capisco che proprio non mi va di andare al lavoro, forse starò a casa, a vedere per l’ennesima volta Harry ti presento Sally. Invece no, devo proprio andar fuori. Oggi alla riunione ci sarà anche il capo. Dio, quanto è bello».
Mi capita di leggere recensioni positive
di questi romanzetti, allora mi si stringe un po’ lo stomaco, lo so che non dovrei discutere dei gusti della gente, che nulla è più opinabile delle preferenze in fatto di libri, canzoni, film, ma proprio non riesco a tacere. Il fatto è che non siamo più abituati a scrivere e a leggere, siamo abituati, invece, a sms o messaggi in chat, commenti su Facebook con un uso dell’acca, degli accenti e degli apostrofi molto libero; insomma siamo talmente abituati a leggere italiano pessimo o mutilato che questi libri ci sembrano scritti bene. In questo modo non riusciamo più a distinguere fra una storiella e una storia (a Lettere c’è un corso apposta, si chiama Letterature comparate, l’esame è facile facile). Un buon libro è un’altra cosa, è come se avesse del magico dentro, i pensieri dei personaggi devono sembrare reali, anche se si sta parlando di grifoni alati. Dev’essere tanto potente da farti sospendere l’incredulità. Ogni libro è un patto fra lo scrittore e il lettore. Lo scrittore dice: caro lettore, quella che ti sto per raccontare è una bugia (o, comunque, una versione della verità filtrata da me) e tu lo sai, ma devi scordartelo, altrimenti non ti godi nulla. E il lettore deve semplicemente accettare di essere abbindolato. In questo modo, i lettori di Lolita non si sentono in colpa a parteggiare per il protagonista che in realtà è pedofilo marcio, perché la sospensione dell’incredulità comporta spesso anche la sospensione del giudizio morale. Per esempio un repubblicano accanito può leggere I sogni di mio padre, l’autobiografia dei primi trent’anni della vita di Obama, e trovarsi a parteggiare per lo stesso Obama. È una storia emozionante, è la ricostruzione della sua identità razziale, un dilemma che certo non ci si aspetterebbe da un presidente che ha dichiarato che non esiste più un’America bianca e una nera. Invece, leggi e pensi: «Lui è un essere umano, volantinava per cause perse proprio come me». Soprattutto, ti viene in mente Balto, il cane lupo. Non è un cane, non è un lupo, sa soltanto quello che non è. Probabilmente Obama non aveva in mente Balto quando scriveva, eppure lo evoca. I libri di cui parlavo prima, invece, non hanno questo potere evocativo, citano film su film, non stimolano alcun collegamento fra neuroni, tuttavia sono perfetti da portare sotto l’ombrellone. Insomma, non sto condannando questo tipo di letture. Fa bene spegnere il cervello ogni tanto, svagarsi, ché a pensare troppo ci si sente solo male. I sogni di mio padre non va bene come esempio di esordio, perché chiaramente Obama aveva già scritto altri libri, anche se getta una nuova luce sul personaggio, che si fa chiamare Barry o Bar all’inizio, col risultato di nascondere il troppo africano Barack. Quello che voglio dire è che, fortunatamente, c’è in giro di meglio di quello che salta agli occhi sullo scaffale di una libreria, ci sono esordi migliori di «volevo solo te» e simili, basta saperli trovare. Per lo più si tratta di gente sconosciuta (che rimarrà tale), ma con una penna molto fine, gente insospettabile, che nella vita fa tutt’altro rispetto allo scrittore e al giornalista. Ogni minuto che passa è pieno di esordi che nessuno conosceconig. C’è lo strano esordio degli ascoltatori  del Ruggito del Coniglio, quali principali autori del Libro coniglio (Salani 2015). Si tratta di un curioso esperimento letterario: gli ascoltatori sono diventati per qualche tempo allievi del maestro di «Continuologia applicata» Roberto Corradi e hanno inviato i risultati dei loro esercizi di stile. La Continuologia applicata, disciplina per il momento solo immaginaria, si occupa di trovare seguiti ai romanzi più celebri e venduti della storia, si occupa di domande che tutti prima o poi si sono posti almeno una volta: «Che fanno ora Renzo e Lucia? Non si annoiano?», «Pinocchio non rimpiange la vecchia vita da pezzo di legno?», «Cosa succede a Scrooge dopo essere diventato buono? Ha forse una ricaduta?». Manzoni e compagnia si staranno rivoltando nella tomba, ma non importa, a noi piace conciare per le feste i loro protagonisti, facendoli precipitare nell’ignobile realtà. Ce n’è abbastanza per risultati comici garantiti e immancabili riferimenti alla politica italiana e all’Ikea. Perché questo ci insegnano le brevi storie del Libro coniglio, che non importa chi sei, un ex burattino, un eroe greco o il Conte di Montecristo. Alla fine sempre lì finisci, all’Ikea. Forse, nessuno di voi comprerà il Libro coniglio di sua spontanea iniziativa, ma se ve lo regalano non sputateci sopra.

Cecilia Alfier

Impegnata tra libri e scacchi, in movimento tra Padova e Torino, sempre con una forte dose di sarcasmo.

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