Della morte del primato della legge

forse davvero è questo il nostro problema: il primato della legge è morto. È triste da dirsi, è difficile da verificare, ma non sembra esserci altra spiegazione a quanto sta avvenendo nel nostro paese: il governo che spinge i cittadini ad astenersi dal voto per un referendum costato più di 300 milioni di euro solo perché si è scelto di evitare un election day, il presidente del Consiglio dei ministri che mette un’ufficiosa «fiducia» sul referendum costituzionale che ci sarà in autunno («Se perdo il referendum costituzionale, considero fallita la mia esperienza politica»). Questi sono solo un paio di esempi di come si cerchi di piegare la legge alle proprie esigenze, facendole così perdere quel primato che dovrebbe porla come limite entro cui si giocano la politica e tutto l’agire umano.

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La storia (in primis del nostro paese ma non solo) ci insegna che è sempre andata così: sotto sotto qualcuno che tirava le fila, infischiandosene delle leggi sicuro di finire impunito, c’è sempre stato. Non ci lasciamo andare a complottismi di sorta, ma solamente a una lettura storica di quanto è accaduto nei decenni scorsi. Però oggi è diverso: mancando un’opposizione nella società civile, e pure in quella politica a parte il Movimento 5 Stelle che però agisce più in parlamento che nelle piazze, aggirare la legge per fare il proprio interesse è divenuto quasi un vanto e non più una vergogna: i panni sporchi non vanno più lavati nel segreto delle mura domestiche, si possono anche lavare in pubblico, e poi all’aperto si asciugano più in fretta.
Se il potere è sempre uguale, prepotente e superbo, è il popolo a essere cambiato: da partecipe, critico e intransigente, è passato a essere cieco e sordo, lobotomizzato sull’altare della privata convenienza. La crisi del 2009 ha senza dubbio influito, spaventando e rendendo egoista il cittadino, su questo processo pur non essendone la causa. L’inizio della fine è anteriore, pur non avendo una datazione certa. Non desideriamo insistere su questo punto, ma è interessante notare come il letargo del popolo bue stia procedendo a gonfie vele.
La riflessione con cui vogliamo concludere riguarda un altro aspetto della faccenda. Il «populino», per definizione, non prende decisioni, non si assume alcuna responsabilità, delegando ad altri il compito di prendere posizioni per poi a essi accodarsi. Quindi la colpa di questo «silenzio dei non innocenti», mentre il potere fa ciò che gli pare, è da imputarsi a questi maîtres à penser: quasi tutti apparentemente di sinistra, eccoli che tacciono quando il potere almeno sulla carta è di sinistra come loro. Non facciamo nomi: la lista sarebbe così lunga da meritare un articolo a sé. In questo modo questi intellettualoidi hanno mostrato tutta la loro pochezza: tutti sono capaci di criticare il partito avverso, quando però si tratta di avere il bersaglio in casa eccoli rimettere le spade nei foderi. Questa pochezza porta il nome di conformismo: il senno di poi conferma che era già conformismo attaccare la destra da sinistra. Se questi sono gli intellettuali, se sono questi che dovrebbero guidare il popolo, non ci dobbiamo stupire della morte del primato della legge: quest’ultima è una rottura per chiunque, solo che noi cittadini non abbiamo il potere di cambiarla a nostro piacimento.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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