Chi sono i terroristi islamici?

Negli ultimi anni, il terrorismo islamico si è trasformato in una minaccia a livello globale: prendendo il controllo di centinaia di migliaia di chilometri quadrati e di milioni di persone, con lʼesercito di volontari più numeroso dai tempi della Seconda guerra mondiale, lʼIsis sta mettendo radici in tutta Europa, Asia e Africa.
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È arrivato il momento di chiedersi se la strategia che risponde con la violenza alla violenza sia davvero efficace: è quello che ha fatto lʼantropologo Scott Atran, che con il suo team ha condotto interviste e test su giovani europei e combattenti dellʼIsis. Atran ritiene che, per individuare la strategia migliore contro i terroristi, sia necessario innanzitutto comprendere le loro motivazioni senza ricondurle a un banale nichilismo, allʼignoranza o al disadattamento: questo è ciò che abbiamo fatto finora ed è stato il nostro più grande errore. «Quando trattiamo lo Stato islamico come se fosse solo una forma di terrorismo o di estremismo violento non facciamo che nasconderci qual è il vero pericolo», scrive. «Se affrontiamo il problema solo con mezzi militari non faremo altro che alimentare la passione dei suoi militanti». Al contrario, «se riusciamo a capire perché esseri umani per altri versi normali sono disposti a morire uccidendo altri esseri umani che non hanno fatto del male a nessuno, forse possiamo evitare di uccidere ed essere uccisi noi stessi».
isis-2Ma chi sono dunque i combattenti dellʼIsis e perché arrivano a compiere una scelta di vita ‒ o di morte ‒ tanto estrema? Spesso si dice che queste persone non sono altro che fanatici religiosi, che prendono alla lettera i passi del Corano che invitano alla violenza contro gli infedeli; ma questa idea è fuorviante e rischia di portare con sé anche la convinzione che siano la religione musulmana in sé e i suoi adepti a rappresentare un pericolo. Al contrario, lʼ80% dei terroristi proviene da famiglie non praticanti; nella maggior parte dei casi, sono persone che stanno attraversando una fase transitoria: studenti, giovani in cerca di lavoro, immigrati; questi ultimi, in particolare, si sentono privati dei loro diritti sia nel paese in cui vivono sia in quello dʼorigine. Sono dunque persone che, lungi dallʼessere strettamente legate a una certa cultura o religione, sono alla ricerca di unʼidentità sociale solida. Ed è proprio questo che offre lo Stato islamico: lʼopportunità di sentirsi parte di un gruppo che lotta per una causa gloriosa; lʼirresistibile fascino di una missione che mira a salvare il mondo; valori sacri in cui potersi riconoscere e per i quali combattere. È proprio lʼentusiasmo suscitato da questi valori lʼossigeno che fa mantenere in vita il terrorismo islamico: le emozioni forti, come la rabbia, ma anche la gioia per un successo, sono per un esercito un incentivo molto più efficace rispetto alla paga, alle promozioni o alle minacce, e sono ciò che ha permesso a molti movimenti rivoluzionari dello scorso secolo di ottenere la vittoria.
Per questo, fare il gioco dei terroristi e rispondere con le armi non solo è inutile, ma anche controproducente, perché non fa altro che accrescere il loro entusiasmo e la loro dedizione alla causa. Piuttosto, sarebbe opportuno affrontare il problema alla radice, sotto lʼaspetto psicologico e sociale, riconoscendo i combattenti, anziché come dei folli, come degli esseri umani, sensibili, come tutti, al fascino dei grandi ideali.

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