Perché l’università italiana funziona poco

Nessuna università italiana tra le prime 100 del mondo. Stati come Singapore e Hong Kong, assimilabili per estensione e popolazione alle più grandi città europee, piazzano regolarmente le loro migliori università nella top 50 e lo stesso fanno altri stati molto più piccoli di quello italiano come la Svizzera o la Danimarca.

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È ormai un chiaro problema del nostro paese il fatto di avere una vita accademica di bassa qualità e poco attraente, soprattutto se confrontata con ciò che l’estero può offrire. Generalmente la più comune causa di tutto ciò viene cercata nella scarsezza dei fondi riservati al mondo universitario. È vero, l’Italia spende meno rispetto alla maggior parte degli stati che le stanno davanti. Esistono però molte cose che si potrebbero fare a costo zero e che spesso non vengono prese in considerazione a causa della loro possibile impopolarità.
Primo, il sistema universitario italiano pecca in meritocrazia, sia nella selezione del corpo docente sia nella gestione delle carriere degli studenti. Per quanto riguarda il lato docenti, spesso i criteri di valutazione sono assai discutibili e non si è costituita una reale prassi di esclusione per i professori che si dimostrano meno qualificati. Per quanto riguarda gli studenti, sarebbe utile aprire una reale discussione sulla convenienza di aver un sistema che non premia gli studenti più meritevoli e interessati. Se infatti è ormai chiaro che le risorse destinabili al sistema non sono infinite, forse si otterrebbero migliori risultati con una migliore gestione delle stesse, puntando su un’istruzione generale di qualità e percorsi di eccellenza per i più capaci, avendo anche il coraggio di scremare studenti svogliati o non motivati. Si tratterebbe, in sostanza, di introdurre quelle forme di meritocrazia e adattabilità che purtroppo non sono mai entrate a far parte della normalità del nostro paese, spesso così ossessionato da un concetto distorto di uguaglianza da condannarsi a uno stato di generale mediocrità senza via d’uscita.
Un’altra azione che potrebbe aiutare in questo senso riguarda la gestione del numero e della dimensione delle università nel nostro territorio. Una riorganizzazione dei centri più piccoli, a favore di meno strutture possibilmente di medie-grandi dimensioni, porterebbe, oltre che a una razionalizzazione delle risorse, a un innalzamento della qualità generale, in quanto sarebbe più facilmente garantito quel clima di apertura e multidisciplinarità fondamentale per una didattica e una ricerca di primo livello.
In conclusione, con l’obiettivo di avere un sistema accademico competitivo a livello internazionale, la prima e più importante mossa è certamente quella di chiedersi come migliorare l’organizzazione e la spesa universitaria, ancora lontane da standard ovvi altrove, prima che aumentare senza una reale programmaticità quest’ultima, in quanto si correrebbe il rischio di ottenere benefici marginali e, con ogni eventualità, inferiori ai costi sopportati.

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