Il «giornalismo 2.0» approda all’Unità

Virginia Raggi, candidata del M5S alle comunali di Roma, era presente nel video della tragicomica canzone Meno male che Silvio c’è, utilizzata per le elezioni del 2008? Pare proprio di no, e non possiamo essere stupiti di ciò. La nostra meraviglia sta nel vedere come la renzianissima Unità, dopo aver preso per buona — presumibilmente attingendo a piene mani dai rumors del web — la notizia sul legame fra la Raggi e l’allora PdL, ha deciso di non scusarsi, fornendo alcune spiegazioni abbastanza fantasiose.

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Che un giornale, in quanto prodotto del lavoro di esseri umani, possa sbagliare è abbastanza ovvio, per questo motivo esistono strumenti come la replica e la rettifica, che servono anche per dare alla testata l’opportunità di scusarsi pubblicamente per l’errore commesso. Per questo, nel caso in cui l’Unità si fosse comportata come avrebbe dovuto, non saremmo di certo qui a parlarne.
Intervistato dal Corriere, il direttore dell’Unità Erasmo D’Angelis, ha candidamente ammesso l’errore, rifiutandosi però di procedere con una rettifica: «Non è un’operazione politica, ma è giornalismo 2.0», «La comunicazione social punta molto sulla quantità e sulla velocità». Da chi ha dato voce a un personaggio come Fabrizio «Con chi mi schiero?» Rondolino al solo scopo di contestare Il Fatto Quotidiano non potevamo aspettarci una risposta meno spiazzante. L’intervista continua e diviene, domanda dopo domanda, sempre più surreale: l’autore dell’articolo incriminato ha fatto bene a pubblicarlo? Sì, perché «il web ha modificato profondamente il giornalismo, sui siti e sui social gira di tutto».
A prendere la parola, e a parare le chiappe un po’ a tutta la categoria, è stato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino: «Quanto fatto dall’Unità nei confronti di Virginia Raggi non è informazione, ma una vergogna. Sia chiaro, gli incidenti, nel nostro mestiere accadono (un po’ troppo spesso, in verità). Ma si dimostra di avere la schiena dritta anche scusandosi». Non l’avesse mai fatto: su Twitter, piuttosto interdetto, risponde D’Angelis «Non conosco e non prendo lezioni di giornalismo da Enzo Iacopino». Il già citato Fabrizio Rondolino, che — ricordiamo — faceva a suo tempo parte dello staff di Daniela Santanché, non l’ha presa bene e, come di consueto, ha dato prova della sua ciceroniana retorica: «Dopo aver difeso l’Espresso per aver diffamato Crocetta, ora Iacopino dà lezioni di giornalismo all’Unità #ridicolo», «Chiedo scusa all’Ordine di (sic) giornalisti per l’esistenza di Iacopino» e infine «Boia chi molla» che, precisa in seguito, «è un omaggio al camerata Iacopino».
Che l’Unità fosse caduta nel baratro dell’antinformazione era già noto a tutti coloro che non sono obnubilati dallo charme di Matteo Renzi, che avesse abdicato al giornalismo in nome della partigianeria più cieca era cosa risaputa, ma che fungesse da megafono alle bufale che girano nella rete ancora non ce ne eravamo resi conto. Il prossimo passo è dare voce alle fantomatiche cure naturali per il cancro di cui il web purtroppo è pieno. Più che giornalismo 2.0 questa sembra davvero una comica.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

Un pensiero riguardo “Il «giornalismo 2.0» approda all’Unità

  • aprile 22, 2016 in 3:19 pm
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    Giornalismo da 77mo posto nel mondo! Congratulazioni al direttore D’Angelis, iscritto all’albo dei servi della carta!

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