I nostalgici dovrebbero festeggiare il 25 aprile

Festeggiare il 25 aprile significa festeggiare un paese libero, democratico, almeno esteriormente mutato dalla dittatura fascista. Se le idee sono e devono essere libere, i fatti comportano sempre delle conseguenze e per questo sono perseguiti o lodati. Questo è il vero significato della libertà; questo il vero valore della democrazia: sciogliere le idee dai vincoli che inevitabilmente, a causa del cosiddetto «patto sociale», riguardano i comportamenti.

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La Storia deve insegnare, una pagina così traumatica non può che rimanere indelebile nella nostra sensibilità e nella nostra memoria. Anche se la mia generazione, e quella dei miei genitori, non ha vissuto né la guerra né la liberazione, queste sono vive e presenti, seppur in modo del tutto astratto, nella nostra coscienza.
Mi scusino i lettori per questa piccola premessa al limite della logorrea. Il 25 aprile, nonostante celebri quanto è da tempo divenuto verità storica, rimane una festa controversa, che separa sinistra e destra, o meglio coloro che usano anteporre al loro nome la propria appartenenza politica. Silvio Berlusconi, tanto per fare un esempio, durante il suo ventennio ha festeggiato la Liberazione una volta soltanto, usandola come pretesto per fare propaganda sulle conseguenze del terremoto che il 6 aprile 2009 mise in ginocchio L’Aquila. La «rivoluzione liberale» dell’ex cavaliere evidentemente non intendeva porre come ineludibile fondamento della propria esistenza la nascita della Repubblica.
Luca Zaia, presidente leghista del Veneto, oggi festeggia San Marco, e non la Liberazione: evidentemente anch’egli è vittima dello stereotipo che identifica partigiani e comunisti. Ammesso e non concesso che tutti i partigiani fossero di estrema sinistra, la Lega — e con essa anche tutte le forze della destra meno moderata — mostra il suo provinciale campanilismo che le impone di non festeggiare le vittorie altrui, anche se è la prima a goderne.
Entriamo nel merito invece della destra più estrema. Riteniamo assolutamente comprensibile che i nostalgici del fascismo non intendano festeggiare la fine del Ventennio. Però dovrebbero essere proprio i fascisti ad amare il 25 aprile. Questa frase, che potrebbe sembrare una provocazione fine a se stessa, non è assolutamente insensata. Mi spiego meglio: nella Storia i vincitori sono coloro che prendono le decisioni più importanti, sono quelli che, al termine di un conflitto, hanno il potere di fare ciò che vogliono. Se oggi dichiararsi fascisti, come singoli e non come movimento o gruppo di persone (che invece viola la legge), non è reato è solo grazie al fatto che dopo la Liberazione è sorta la democrazia. Premesso che con l’8 settembre 1943 la sconfitta del fascismo era solo questione di tempo, se al Ventennio fascista fosse seguito, per assurdo, un Ventennio comunista sicuramente i nostalgici non avrebbero avuto vita facile. Questo potrebbe sembrare un paradosso provocatorio, e forse lo è almeno in parte, però è molto significativo: solo in una democrazia gli sconfitti hanno libertà di parola. Forse Casapound e gli altri tendono a dimenticarselo, ma vivere in uno Stato libero non fa esattamente schifo, soprattutto per chi professa idee diverse da quelle della maggioranza. La differenza fra una democrazia e una dittatura sta tutta qui: la seconda processa idee e azioni, la prima delle idee e del confronto fra diverse posizioni fa la base della propria esistenza.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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