Emanuele Filiberto, senza corona e senza cultura

Che Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria di Savoia fosse la perfetta discendenza della casata a cui appartiene non avevamo molti dubbi. Ve lo immaginate il principe William d’Inghilterra a cantare a Sanremo con Pupo Italia amore mio? Dalla corona allo spettacolo di bassa tacca, ecco il percorso di Emanuele Filiberto: nato e cresciuto a Ginevra in esilio, è tornato in Italia nel 2002 e da allora è presenza fissa in televisione.

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«I parassiti partigiani con le loro 179 associazioni costano al contribuente 3 milioni di euro», così il savoiardo ha festeggiato su Twitter il 25 aprile, anniversario della liberazione dal nazifascismo. Dopo le prevedibili e doverose proteste, è venuto il momento delle scuse  e dello scaricabarile: «Qualcuno è entrato nel mio account e ha mandato articolo su partigiani volendo cavalcare la diatriba sulla mia visita a Noto! Mi dispiace!». Entrambi questi cinguettii, a quanto pare, sono stati cancellati dall’autore, ma rimangono eloquenti screenshot (le fotografie a uno schermo) a testimoniarne l’esistenza.
Non contento della propria figura al limite del pietoso, Emanuele Filiberto ha voluto continuare a girare il dito nella (propria) piaga. Poiché se l’appetito vien mangiando l’intelligenza invece non vien parlando, ecco l’affondo kamikaze: «Leggo i vostri tweet… vorrei ricordarvi il ruolo di mia nonna durante la guerra accanto ai partigiani… Studiare non fa male!». Ovviamente quello che non ha mai aperto un libro di storia è Emanuele Filiberto stesso, che (purtroppo pensiamo in buona fede) ha dimenticato del ruolo avuto dalla sua famiglia durante il secondo conflitto mondiale, ruolo di cui è difficile essere orgogliosi. A ricordarglielo è dovuto intervenire il collettivo Wu Ming che però non è riuscito a placare la sua furia di revisionismo all’amatriciana: «Incredibile vedere la violenza di certe persone… Il rimanere bloccati su dei preconcetti storici senza voler ascoltare l’altro!». Evidentemente per Emanuele Filiberto la storia si basa non sui fatti bensì sulle opinioni: che ci ascolti qualche docente di storia moderna, l’America secondo noi è stata scoperta il 10 marzo 1642. Evidentemente coloro che la collocano sulla casella del calendario con scritto 12 ottobre 1492 sono «bloccati su dei preconcetti senza voler ascoltare l’altro!».
Stiamo parlando dell’erede di una monarchia che si è candidato due volte alle elezioni politiche della repubblica nata dalla cacciata dei suoi avi: nel 2008 si candida alla Camera con il movimento «Valori e futuro Emanuele_Filiberto_di_Savoia_2con Emanuele Filiberto» insieme ad alcuni simpatici signori: Enrico Giuliano, presente sulla lista nera degli italiani con il conto corrente in Liechtenstein e sotto inchiesta per truffa ai danni dello Stato, Lucio Barresi, già noto alla cronaca per lo scandalo di vallettopoli e Mariano Turrisi, vicepresidente del movimento, arrestato per mafia il 22 ottobre 2007; nel 2009 si candida, fallendo ancora una volta, alle elezioni europee con l’Udc, fra cui figurava anche Magdi Cristiano Allam.
Sempre nel 2007, grazie a Ballarò, viene reso noto che Emanuele Filiberto, insieme al padre Vittorio Emanuele, avevano richiesto il risarcimento dei danni morali in seguito all’esilio (260 milioni di euro) e la restituzione dei beni confiscati ai Savoia con la nascita della Repubblica. L’allora segretario generale della presidenza del Consiglio, Carlo Malinconico, rispose picche e anzi aggiunse che pensava di chiedere a sua volta un risarcimento agli ex reali per le responsabilità legate alla Marcia su Roma e a quello che ne seguì.
Emanuele Filiberto indossa le figuracce al posto della corona, gli è avversa la destrezza e probabilmente è la ragione per cui, a posteriori, il risultato del referendum del ’46 è stato il migliore per tutti noi.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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