Lady Gaga, ossia come creare un’icona pop

Nell’immagine sovrastante:
gli abiti di Lady Gaga in tour con Tony Bennett

È sempre estremamente difficile presentare in poche righe un artista di fama mondiale, compito che diventa ancor più arduo quanto più il personaggio in questione è poliedrico, contraddittorio e di fatto non etichettabile. Sì, abbiamo scritto «personaggio» e non a caso, visto che quella di Lady Gaga è stata una trasformazione radicale, da ragazza di buona famiglia, di origine italiana, cresciuta nella Upper West Side di New York, a spogliarellista e performer nei club della città, a icona freak del nuovo secolo.

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Ciò che sorprende, infatti, è che questo processo di costruzione sia già ben chiaro fin dall’inizio: nelle prime interviste afferma già di essere «una diversa», dipendente dalle droghe, affascinata da tutto ciò che è pop, da Warhol a Madonna, ma anche dal mondo dei bassifondi, tra prostitute e strip club, spregiudicata e incontentabile. Spesso i suoi videoclip, anche a distanza di anni, sono collegati da piccoli dettagli, o da tematiche comuni. Nei primi singoli parla della Fama e della propria scalata verso il successo, nel secondo album «The Fame Monster», più cupo del precedente, presenta il prezzo chi si deve pagare per quella notorietà, come le icone del passato, da Marilyn Monroe a Judy Garland a Sylvia Plath, ricordate nella canzone Dance in the dark, una sorta di rivalsa contro il femminicidio e, più in generale, contro un mondo al maschile.
Scrive da sé le sue canzoni, le arrangia (è diplomata in pianoforte), collabora con case di moda prestigiose, cura le esibizioni live in ogni minimo dettaglio con la Haus of Gaga, una sorta di versione contemporanea della Factory di Andy Warhol.
È impegnata nel sociale, in particolare per i diritti civili della comunità Lgbtqi, da cui è salutata come una nuova icona. Solo marketing? Anche, sicuramente: Lady Gaga è la regina dei social media, 13091995_1088365391230383_5692747700183765282_nsovraesposta a livello mediatico in tutto ciò che fa. Ma gli stessi fan sostengono che, oltre la maschera, è una tra quelle che sembrano più autentiche — e non è facile smentirli, visto che ha creato fin da subito un rapporto speciale con i suoi «littlemonsters», nei concerti e sui social media, ribaltando l’immagine classica di star irraggiungibile e perfetta: non solo si è mostrata più volte senza trucco e parrucco, lanciando campagne per promuovere l’accettazione di sé, ma è il suo stesso personaggio ad essere «diverso»: perverso, sessualmente provocatorio ma non sensuale né felino, quasi rozzo, più simile alle rockstar degli anni ’80 che alle altre dive pop degli ultimi decenni; esageratamente teatrale ma allo stesso tempo incline a mostrare i propri difetti (fisici e caratteriali). Il pubblico inizialmente è frastornato, ma ben presto si rende conto che sotto ai glitter c’è del vero talento, si moltiplicano le collaborazioni con altri musicisti, i suoi singoli dominano le classifiche, vince decine di premi (spesso battendo ogni record), inclusi sei Grammy Awards.
Ma il troppo stroppia, come si suol dire. Ed ecco che, in barba alla pop industry, nel 2015 prende una strada diversa, da un lato recitando in una serie horror, dall’altro dedicandosi al jazz. Nell’album «Cheek to cheek» duetta con Tony Bennett su brani classici di questo genere, dando ampio sfoggio della sua capacità canora, stupendo il suo pubblico, ancora una volta. Non sappiamo ancora cosa si inventerà per il futuro, ma una cosa è certa: difficilmente smetterà di essere sfacciatamente trash, perché in fondo è il suo marchio di fabbrica – e ci piace così.

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