La tecnologia fa risorgere il luddismo

Negli ultimi anni ha ripreso piede nei Paesi industrializzati una forma di più o meno esplicito luddismo e il fenomeno non può che essere destinato a ingigantirsi se le attuali previsioni fatte da ricercatori ed esperti dovessero rivelarsi corrette. Giusto per fare qualche esempio, per David e Malone, della Harvard Business Review, da qui a dieci anni i computer saranno più intelligenti del 90% della popolazione, rimpiazzando circa 50 milioni di lavoratori solo negli Stati Uniti, mentre per Carl B. Frey e Michael A. Osborne, dell’Università di Oxford, quasi la metà dei posti di lavoro attuali potrebbe essere automatizzata nel giro di due decenni.

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Tutto ciò non potrebbe che portare ad ovvi problemi di malcontento dovuti a un alto tasso di disoccupazione e ineguaglianza sociale su cui forse è già giunto il momento di riflettere, per non trovarsi impreparati una volta che cominciassero a manifestarsi in larga misura. Se infatti il luddismo di inizio Ottocento si è forse rivelato ingiustificato per il fatto che i posti di lavoro più che ridursi sono mutati, quello che si potrebbe verificare nell’imminente futuro potrebbe essere il sorgere di una società con pochi occupati di alto livello, come manager, ingegneri e sviluppatori, a gestire un gran numero di robot che andrebbero a sostituire il lavoro più o meno manuale di grossissime fette di popolazione.
Le reazioni a questo genere di scenario possono essere principalmente di due tipi. Da una parte si possono tentare politiche che riescano a mantenere competitivo l’impiego di forza lavoro in carne e ossa, con aiuti principalmente economici di natura statale, che è la scelta oggi più diffusa, spesso più per motivi politici che di reale convenienza. Questa scelta però, in una società capitalistica come quella attuale e dove i costi di qualsiasi apparecchio tecnologico diminuiscono ad un ritmo esponenziale, nel lungo periodo non può che rivelarsi fallimentare e ciò è confermato, ad esempio, dalla difficoltà di qualsiasi manovra decontributiva, soprattutto se in relazione ai risultati occupazionali portati. L’altra via, forse più promettente, potrebbe essere quella di non ostacolare, o addirittura favorire, questa sostituzione, e concentrarsi su politiche di redistribuzione delle risorse; pensare cioè che il vero problema della disoccupazione sia la povertà che essa porta con sé e non la mancanza di lavoro di per sé. Questa visione incontra però almeno due grandi ostacoli. Primo, richiederebbe un completo ripensamento del sistema di tassazione e del suo significato, tema delicatissimo, rischiando comunque di inasprire differenze ed ineguaglianze sociali. Secondo, bisognerebbe superare la tendenza, oggi molto comune, che molte persone hanno di sentirsi realizzate principalmente attraverso e grazie al lavoro, che diventa così quasi un fine più che un mezzo.
Appare in sostanza decisamente poco credibile poter sconfiggere la disoccupazione, che per altro potrebbe essere un falso problema, per via politica, che ormai si sta rivelando endemica, anche e soprattutto per lo sviluppo di nuove e sempre più efficienti tecnologie. Occorre essenzialmente ripensare completamente al rapporto della nostra società col lavoro, con la consapevolezza che probabilmente ci sarà sempre meno bisogno di esso e che la positività o negatività di tutto ciò dipende solo dalle decisioni che verranno prese nei prossimi anni.

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