Referendum: le colpe dei Sì e le colpe dei No

La discussione sulla riforma costituzionale si è accesa nelle ultime settimane, soprattutto, come spesso accade nel nostro paese, su polemiche di contorno piuttosto che sul tema concreto. Altro leitmotiv, quasi nessuno dei personaggi coinvolti ne fa una bella figura. L’unica cosa che si desume dai vari fatti accaduti è come in Italia ci sarebbe un assoluto bisogno di un nuovo livello di discussione, di tutt’altra qualità, ancor prima di qualsiasi nuova legge o riforma, per quanto buona possa essere.

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Ma andiamo con ordine. Il primo ad accendere la fiamma è stato il presidente dell’Anpi, il quale ha commentato dicendo che i partigiani voteranno No alla riforma. Siamo d’accordo che i risultati delle votazioni nelle sedi locali a proposito del ddl Boschi hanno dato un esito nettamente pendente verso il No (solo 25 voti per il Sì in totale), però ci aspetteremmo dall’associazione dei partigiani un rispetto anche delle minoranze che, pur appartenendo all’Anpi, non possono essere soffocate da «I partigiani voteranno No alla riforma».
Rincara la dose Maria Elena Boschi, la quale afferma che i veri partigiani voteranno a favore della riforma. Oltre alle considerazioni appena fatte, gioca come aggravante il fatto di distinguere partigiani veri e falsi, come se si trattasse di figurine. Emerge anche qui la pochezza del dibattito pubblico: si risponde a un errore non riconoscendolo e stigmatizzandolo, ma con lo stesso errore girato però a proprio favore. Unica voce fuori dal coro è quella dell’ex presidente Napolitano, che prova a ricordare come in una democrazia ognuno dovrebbe essere libero di avere e manifestare la propria opinione su questi temi, senza che continuamente tutto si debba risolvere in due accaniti schieramenti opposti che vedono nel loro imporsi l’unico degno fine da conseguire.
In un Paese evoluto la ragione di ogni dibattito dovrebbe essere quella di accrescere la conoscenza generale e, singolarmente, migliorare le proprie opinioni, avendo pieno rispetto di quelle altrui, perché consci che senza eterogeneità delle stesse non vi può essere democrazia.

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