Assunzioni al MiBACT: 500 posti. Bella notizia?

Lo scorso 24 maggio è stato pubblicato dal Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo il tanto atteso «Concorso dei 500». Dopo ben nove anni – e qualche settimana dal termine ultimo fissato al 10 maggio – il MiBACT torna ad assumere: cinquecento nuovi funzionari saranno immessi nei ranghi dell’amministrazione. Il bando è aperto a diverse professioni, suddivise in categorie, per ciascuna delle quali è stato stabilito un certo numero di posti disponibili: antropologo (5 posti), archeologo (90), architetto (130), archivista (95), bibliotecario (25), demoantropologo (5), promozione e comunicazione (30), restauratore (80) e storico dell’arte (40).

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Che sia l’inizio di una svolta per i professionisti dei beni culturali? Per alcuni versi pare di sì: per esempio, tra i requisiti per la posizione di antropologo sono stati inseriti e, di conseguenza, riconosciuti, nuovi titoli di studio equipollenti alla laurea in antropologia culturale, come biologia o scienze della natura. Anche i diagnosti, inoltre, potranno ora fare domanda per entrare nelle fila del Ministero, sebbene ancora non ci sia un profilo loro dedicato e debbano, quindi, fare riferimento a quello di restauratore.
Nonostante ciò, l’apertura del «Concorso dei 500» ha suscitato non poche – né infondate – polemiche. Innanzitutto per la scarsità dei posti disponibili: certo, cinquecento è un gran numero, ma lo vogliamo paragonare alle migliaia di professionisti, giovani o meno, che dopo anni di studi sono ancora in attesa di dare il loro contributo al patrimonio italiano? Basti osservare che per le posizioni di antropologo e demoantropologo sono stati riservati un totale di soli dieci posti, una cifra a dir poco ridicola in un concorso di livello nazionale. Ciò che ha destato più perplessità, però, è stata la corposità dei requisiti di ammissione: per ciascun profilo di competenza, salvo quello di LogoMibac_4Righe-bisrestauratore per cui è sufficiente una «semplice» laurea magistrale, oltre al titolo specialistico è richiesto addirittura un master di II livello o, nel caso del bando «Promozione e Comunicazione», almeno 36 mesi di alternativa esperienza lavorativa nell’ambito. Potrà, quindi, partecipare al concorso solo chi ha all’incirca dai 30 anni in su, essendo obbligatori almeno sette anni di studi, cosa che non giova a un Ministero che già si forgia del titolo di «più vecchio d’Italia», essendo l’età media dei suoi dipendenti al di sopra dei 50 anni.
La cosa forse più vergognosa di questo concorso è il criterio di attribuzione del punteggio alle precedenti esperienze lavorative: chi ha svolto all’interno del MiBACT la professione per la quale concorre, si vedrà conferire ben 5 punti per ogni sei mesi di lavoro, mentre chi ha lavorato al di fuori del Ministero solamente 2 per ogni anno. Di conseguenza, un mese di lavoro per il MiBACT vale cinque volte di più di uno in un’istituzione privata.
Quella che sembrava finalmente essere «la volta buona» anche per i Beni Culturali si è invece rivelata l’ennesimo sintomo di un’Italia ancora troppo conservatrice, che non dà spazio ai giovani e che ha paura di investire nell’unica cosa che tutto il mondo c’invidia: la nostra cultura.

Giulia Pianelli

Laureata in Economia dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari di Venezia, frequento la magistrale in Marketing e Mercati Globali all'Università di Milano-Bicocca. Innamorata della cultura, nel mio piccolo cerco di diffonderla il più possibile.

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