Femminicidio: davanti alla morte il «Se l’è cercata»

Nel mondo una donna su tre ha subito violenze, abusi, spesso in presenza dei figli piccoli. Vorrei dirvi che la cosa non ci riguarda, che capita solo in Medioriente e in altri «brutti posti», ma non è così, in Italia sono 30 le donne uccise dall’inizio dell’anno. Pardon, 31, contando Sara.

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Una relazione amorosa può non finire, finire bene, finire male o finire malissimo, come è successo a quella ragazza. Dicono che la seconda esperienza più dolorosa al mondo sia la nascita, la prima è essere bruciati vivi. Potrei citarvi dati su dati, ma il fuoco da solo basta e avanza, appiccato da una guardia giurata, un italiano, per inciso. Era italiano anche il maresciallo dei carabinieri, condannato per aver abusato di tredici donne nel milanese. Poi ci sono casi di violenza da parte di stranieri, certo. Il punto è che avere un compagno italiano doc (e soprattutto lasciare un italiano doc) non è garanzia di incolumità. Continuiamo a usare due pesi e due (tre, quattro…) misure a seconda di chi sia il colpevole e chi la vittima, di fatto dimostrando l’arretratezza culturale che rimproveriamo agli altri.  Quanti corsi di scienze storiche volti a distruggere stereotipi di tipo razziale, quante battaglie contro i mulini a vento…
Ho visto gente indignarsi per una dichiarazione del Papa sull’amare troppo i propri animali domestici, piangere per il gorilla ammazzato (per salvare un bimbo), gridare contro chi bastona i cani (ed è giusto, per carità), ma poi tacere sulle nostre donne. Il silenzio uccide, ma forse uccide di più il classico commento «Se l’è cercata», «Guarda com’era vestita» e simili vomitate sulla tastiera. Sarebbe tristemente ironico (non ho fatto indagini approfondite, ma potrebbe essere) che la maggior parte di questi eccellenti opinionisti ora siano contrari al dress code all’insegna della sobrietà imposto da Rai Tre. Per inciso, con limitazioni anche agli uomini. Siamo ancora lontani dalla mentalità giusta per arrestare il femminicidio, io inizierei suggerendo a tutti la visione de La Pazza Gioia di Paolo Virzì (parla di una matta e di una depressa scappate da un centro terapeutico per malate di mente), è solo un film, non propriamente in tema, ma lui sa dipingere con la cinepresa ritratti femminili come nessuno.

Cecilia Alfier

Impegnata tra libri e scacchi, in movimento tra Padova e Torino, sempre con una forte dose di sarcasmo.

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