Saviano e Falcone: a proposito di scorte

Mi sembra di sentirlo, il senatore D’Anna (Ala), mentre dichiara che sarebbe meglio togliere la scorta a Saviano, come se avere delle guardie fosse un lusso da ricchi, come una barca o un’auto sportiva coi sedili d’oro. Inutile anche solo commentare, ci ha già pensato Michele Serra; ma a poco tempo dal 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, la rabbia di fronte a certe affermazioni e certi comportamenti ribolle. La mafia si evolve e ha armi potentissime (ha un fatturato pari al 6% del Pil italiano) e chi la combatte attivamente è spesso costretto a correrle dietro, incastrato fra burocrazia e tagli alla sicurezza. Non penso sia da sogno vivere con le guardie sempre intorno e una minaccia di morte continua sopra la testa.

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Non riflettevo su queste cose da anni, finché, all’incirca un mese fa, ho incontrato Luciano Tirindelli. Era in centro a Padova, accanto al bar degli Osei, stava aiutando Italia Dei Valori a raccogliere firme per una proposta di legge sulla legittima difesa. Era lì, ma avrebbe potuto benissimo non esserci. Nel 1992, giovanissimo, lavorava come autista di Giovanni Falcone, era stato scelto dallo stesso Falcone per la sua capacità di attenzione alla guida, nonostante la sua abitudine alla velocità. Ma quel 23 maggio non guidava lui, un collega gli aveva proposto un cambio di turno, aveva bisogno di fare qualche lira più con degli straordinari. Purtroppo di straordinario c’era poco o nulla quel giorno, le stragi di giudici erano all’ordine del giorno. Si sarebbe potuto evitare? Davvero è stato fatto tutto il possibile per salvare il giudice Falcone? Non ho avuto modo di parlare approfonditamente con Luciano, purtroppo, mi sono dovuta accontentare di un’intervista (proprio dello scorso 23 maggio) rilasciata per una televisione locale, Antenna 3. Però Tirindelli mi ha raccontato di persona ciò che forse racconta a tutti: «Qualche giorno dopo la morte di Falcone mi recai a casa di Borsellino, chiedendogli di poter lavorare per lui. Lui ci pensò un momento, mi guardò e mi disse: no Luciano, tu devi vivere».

Cecilia Alfier

Impegnata tra libri e scacchi, in movimento tra Padova e Torino, sempre con una forte dose di sarcasmo.

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