Rosarno: il disagio ti fa morire per una sigaretta

Morire per una sigaretta. È quanto accaduto mercoledì nella tendopoli di San Ferdinando, vicino a Rosarno (Reggio Calabria), che da anni ospita un migliaio di migranti, arrivati in Calabria per raccogliere le arance nella Piana di Gioia Tauro. Una lite per futili motivi — una cicca, appunto — che si è tramutata nel giro di poco in una tragedia, vittima Sekine Traore, 27 anni, arrivato dal Mali.

La tendopoli di Rosarno (LaPresse)
La tendopoli di Rosarno (LaPresse)

Secondo le prime ricostruzioni avrebbe ferito un carabiniere a un occhio prima di essere ucciso con un colpo di pistola sparato dallo stesso aggredito. Non vogliamo infilarci in tunnel senza uscita, quindi rimandiamo alla fine dell’inchiesta — presentata come «atto dovuto» — qualunque considerazione sull’operato delle forze dell’ordine.
Ma una riflessione è d’obbligo: siamo un paese del cosiddetto primo mondo? Com’è possibile, nella società del benessere (vero o apparente che sia), esistano realtà come la bidonville di Rosarno? Può un paese civile permettere che delle persone, già sfiancate dal lavoro nei campi di arance, vivano stipate in una tendopoli da anni?
Queste sono le domande che ci sentiamo di porre ai nostri lettori, ma che prima di tutto andrebbero poste a chi questo problema potrebbe risolverlo. «Questo ragazzo non stava bene. Aveva problemi psicologici», ha spiegato don Roberto Meduri, che da anni si occupa dei migranti chiusi in quel ghetto. Ci possiamo stupire allora che sia accaduta la tragedia di mercoledì? Com’è possibile che un giovane psichicamente instabile venga lasciato in balia di se stesso, stipato in una realtà di disagio e di frustrazione?
Al di là delle responsabilità del carabiniere che materialmente — per legittima difesa o meno — ha ucciso il ragazzo, questo episodio dovrebbe richiamare l’attenzione su realtà vergognose e indegne, inammissibili per uno stato moderno e civile. Già nel 2010 era successo un finimondo: una rivolta da parte dei migranti che venne sedata solo grazie a un poderoso intervento delle forze dell’ordine che con arresti, denunce e feriti riuscirono a riportare la calma. Mercoledì, quando si è sentito un «Bastardi italiani. Vaffanculo», qualcuno ha pensato che la storia stesse per ripetersi.
«Nella tendopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) un immigrato ha accoltellato un Carabiniere che si è difeso, sparando. L’immigrato, purtroppo, è morto. Un abbraccio al Carabiniere, che spero non passi guai: la Lega è con te». Questo il commento su Facebook di Matteo Salvini che, non volendo mai astenersi dal pronunciarsi, ha fornito una chiave di lettura abbastanza parziale: né chi scrive né il leader della Lega può sapere effettivamente cosa è successo e quindi se il carabiniere abbia una responsabilità penale, la discussione può invece essere un po’ più a largo respiro: chi ha permesso l’esistenza di realtà come questa? Finché stiperemo i migranti come sardine, non dovremo stupirci quando faranno degli atti inconsulti. Il disagio non porta mai a buoni risultati, e questo uno Stato dovrebbe tenerlo sempre presente.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

Un pensiero riguardo “Rosarno: il disagio ti fa morire per una sigaretta

  • giugno 12, 2016 in 5:14 pm
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    Che centra lo Stato? Qui sono gli immigrati ad arrivare in massa. Vorrei vedere lei, caro Borsa, ad avere la casa piena di extracomunitari se riesce a stabilire l’ordine. Sono troppi e non c’è posto per tutti

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