Ha 14 anni, è disabile, non parla ma «vota» Fassino

capoletteratorino: al ballottaggio per le comunali, Piero Fassino può contare su un sostenitore speciale. Riccardo ha 14 anni ma non può parlare, è disabile ed è la madre che, su Facebook, esprime a suo nome il suo appoggio al politico. La madre, però, non è una persona qualunque, ma la moglie di uno degli uomini che lavorano per Fassino, precisamente si occupa della comunicazione elettorale. È scoppiata immediatamente la polemica: Maurizia Rebola ha superato ogni limite, perché ha sfruttato, per fare politica, una persona che non può parlare.

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Non si può certo dire, però, che abbia usato l’immagine del figlio a sproposito: l’argomento è chiaro, si voti Fassino perché è sensibile alla questione dei diritti dei disabili – che sia vero o meno. Ciascuno decide chi votare in base ai fattori che più gli stanno a cuore, è inevitabile, e ciascuno ha il diritto di condividere i motivi della sua scelta. Sono convinta che, se la Rebola avesse postato la foto di un ragazzino «normale» con scritto «Votate Fassino perché ha promesso tanti parchi gioco per noi bambini», nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. No, la polemica è chiaramente centrata su quella parola che spicca nei titoli degli articoli che la criticano: disabile. Sì, perché ce ne sono centinaia, di bambini usati per fini più o meno loschi, come quelli che sorridono o dicono cretinate alla tv per pubblicizzare i prodotti di una multinazionale che, magari, i bambini della stessa età dall’altra parte del mondo li fa fuori. Almeno se Fassino diventa sindaco non si faranno morti, o almeno si spera. Questa polemica in difesa del ragazzino disabile puzza tanto di politically correct, e si sa, il politically correct è la peggiore delle ipocrisie.

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