La lettera: il femminicidio esiste, 55 donne nel 2016

Caro Direttore,
ho letto con molto interesse il suo articolo in cui esprimeva la sua opinione contraria all’istituzione di una legge
ad hoc contro il femminicidio. Non riesco però ad accettare la sua posizione: siamo di fronte a un problema sociale estremamente grave. Solo negli ultimi giorni sono state 3 le donne uccise dagli uomini che dicevano di amarle. 55 dall’inizio dell’anno. Numeri spaventosi, più consoni a un paese in guerra rispetto a uno Stato civile in situazione di pace. Una legge può arginare tutto questo? Non lo so, spero di sì e penso che sarebbe stupido non provare anche questa strada per raggiungere la completa parità di diritti (anche il diritto a finire una relazione) tra uomo e donna. Aggiungo un’ultima cosa: per femminicidio si intende, citando un articolo dell’Accademia della Crusca, «non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”». Quindi è abbastanza fine a se stesso il suo ragionamento, secondo cui un omicidio è terribile indipendentemente dal sesso della vittima: l’uccisione è solo una parte di questo problema.

Marinaarticolofemminicidio


Cara Marina,
la ringrazio innanzitutto per la sua lettera. Non smetterò mai di ripeterlo: il confronto tra noi della redazione e, soprattutto, con i lettori, è la ragion d’essere di questo blog. Premetto che, come ho già scritto nel pezzo «incriminato», non è mia intenzione minimizzare un problema evidente o far finta che esso non esista. Sono pienamente d’accordo con lei: ci troviamo di fronte a un gravissimo problema sociale che però, ed è qui che le nostre opinioni divergono, necessita di soluzioni diverse dall’istituzione di una legge ad hoc. Sono fermamente convinto che non sia una pena più grave a risolvere o a rimpicciolire il fenomeno; penso invece che si tratti di una questione culturale che va estirpata all’origine. Come un’erbaccia che va tolta dalle radici e non semplicemente potata quando diventa troppo grande e copre le altre piante. Siamo in una società che continua a vedere la donna come una cosa (e questa parola non è usata a caso) inferiore: con meno necessità e quindi destinataria di meno diritti dell’uomo. Ben vengano quindi i cosiddetti «libri gender», che mostrano come una bimba non debba per forza ambire a fare la casalinga, la segretaria, la maestra o a un qualunque lavoro «femminile», ma possa semplicemente gestire la sua vita e i suoi sogni secondo i propri desideri. Lo ripeto: siamo di fronte a un problema culturale, a una manifestazione di un pensiero arcaico e, purtroppo, atavico che si fa tragedia quando si scontra con la realtà che è sempre più al passo con i tempi del pensiero. Quando questi due elementi seguiranno alla stessa velocità lo scorrere del tempo, e — in una prospettiva di ottimismo che in parte posso condividere — la diffusione dei diritti, la libertà non porterà più alla morte. E per fare questo non bisogna reprimere, si deve piuttosto insegnare, mostrare, parlare.
La ringrazio, cara Marina, della sua puntualizzazione sul significato del termine femminicidio: avevo letto anch’io l’approfondimento dell’Accademia della Crusca ma, nonostante questo, rimango fermo nella mia posizione. Sono a conoscenza del fatto che quest’oppressione nei confronti delle donne sia molto più sfaccettata di quanto appaia: l’omicidio, quando avviene, troppo spesso non è che l’ultimo anello di una deleteria catena che accompagna la vita di una donna da tanto tempo. Però è importante a mio parere svincolare questo termine dal genere della vittima. Forse le mie sono riflessioni fini a se stesse, citando la sua obiezione, però è quello che credo e di cui sono convinto; forse sono un idealista ma non me ne faccio una colpa. Non cambierà mai nulla se continueremo ad accontentarci di due passi avanti e di uno indietro.
I miei più cordiali saluti

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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