«Chiamiamole “sindaca”», parola di Michela Murgia

«Né ragazze né mamme, usiamo le parole giuste», così titola l’intervento della scrittrice Michela Murgia su la Repubblica di ieri. La scrittrice se la prende con il quotidiano di Calabresi per aver messo in evidenza, parlando dei neosindaci pentastellati Chiara Appendino (a Torino) e Virginia Raggi (a Roma), particolari irrilevanti al fine di valutare la loro preparazione politica: la prima è la «neomamma che ha sconfitto Fassino», per proporre l’esempio fatto dalla Murgia.

Il discorso fin qui tiene, non si può obiettare nulla: catalogare una persona per la sua vita privata quando invece al pubblico interessa (o dovrebbe interessare) l’aspetto pubblico e lavorativo, nonché la preparazione e le competenze di cui la diretta interessata dispone, è un atteggiamento assolutamente anacronistico e fuori da ogni logica. Paradossalmente a crollare è la prima parte del ragionamento della scrittrice: «Chiamiamole (la Raggi e la Appendino, ndr) “sindaca”». Quest’ultima parola ai più pare cacofonica ma, spiega la Murgia, «se ci suona male è perché in poche hanno ricoperto quella carica nelle città maggiori e ancora meno hanno voluto farsi chiamare correttamente». Quindi altolà, politiche antifemministe, guai a voi se, elette in municipio, per semplicità o perché non ve ne importa niente, vi farete chiamare «sindaco». «Se suona strano — prosegue la scrittrice — chiamare sindaca una donna è perché in fondo a sembrare strano è che lo sia». Quindi il sottoscritto che di fronte a questo femminile forzato storce naso, bocca e persino le orecchie, cova un maschilismo di fondo che non contempla una donna in un posto di potere. Questa, posso dirlo con assoluta sicurezza, è un’assurdità.
Stupisce che una persona giustamente stimata come Michela Murgia perda il proprio tempo correndo dietro a questioni indubbiamente marginali come questa: sono sempre stato convinto che prima della forma ci sia sempre la sostanza, e che anche se in alcuni casi è presente una matrice maschilista, non sia imponendo un lessico che si cambiano le cose. D’altra parte un compromesso c’è, per quanto non linguisticamente ineccepibile: la presidente della Camera Laura Boldrini, per fare un esempio.
Quando gli intellettuali inizieranno a occuparsi di questioni serie sarà sempre e comunque troppo tardi. Amen.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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