Brexit: l’ignoranza non è vera democrazia

A pochi giorni dallo storico referendum che potrebbe dare origine all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ci si interroga sulle ragioni che hanno portato il popolo britannico a questa decisione. Al di là delle statistiche che hanno visto i giovani votare poco ma in gran parte per il remain e i vecchi votare in massa ma per il leave, è scottante il problema riguardante le motivazioni di questi voti.

Compagni di partito. L'ex sindaco di Londra Boris Johnson, leader dei «leaves», e il primo ministro, dimessosi ieri, David Cameron, favorevole al «remain»

Democraticissimi sostenitori del remain affermano che il voto popolare è inadeguato per questioni di grande importanza e altrettanta complessità. Dar loro ragione è qualcosa di possibile se ci si prende la briga di porre alcune premesse al ragionamento.
1. Il voto popolare non è vincolante: l’uscita dall’Ue dev’essere decisa dal parlamento britannico con una maggioranza qualificata dei due terzi. Secondo molti, a Westminster la maggioranza è contro la Brexit. Cosa faranno i parlamentari? Voteranno secondo coscienza assumendosi la responsabilità di andare contro la volontà degli inglesi? In ogni caso, il referendum è stato un segnale ma non un passo vincolante (e nemmeno necessario) per l’uscita del Regno Unito dall’Ue.
2. È significativo lo shock di alcuni elettori del leave quando si sono accorti che il loro voto era servito a far vincere lo schieramento antieuro. «Non pensavo succedesse davvero. Non pensavo che il mio voto contasse così tanto perché immaginavo che alla fine avrebbe vinto il remain», spiega qualcuno; altri, sicuri della vittoria degli europeisti, intendevano dare un segnale del proprio scontento con un voto che si è rivelato decisivo (circa 1 milione e 300mila voti hanno decretato il trionfo del leave).
3. È altrettanto importante notare come molti elettori, da una parte e dall’altra, non si rendessero conto dell’enorme portata del loro voto. Al di là dell’effettiva positività o meno di questa scelta (deleteria, almeno secondo chi scrive), che vedremo solo nei prossimi anni, è un evidente segnale la firmatissima petizione per annullare il voto di giovedì scorso a causa della poca affluenza (circa 7 elettori su 10) e del risicatissimo scarto fra i due schieramenti; fattori ritenuti insufficienti per una decisione così significativa. Questo vuol dire che, nonostante — a parte il crollo delle borse — gli effetti della Brexit siano ancora lontani, in molti si sono pentiti della propria scelta.
Poste queste tre condizioni, l’evidenza diventa colpa: l’ignoranza dei cittadini britannici che in buona parte hanno votato per entusiasmo ma non per convinzione è colpa di chi ha fatto sì che queste fossero le premesse per un referendum. Abbiamo il cupo presentimento che la consultazione di ottobre sulla riforma elettorale nel nostro paese si baserà su fondamenta analoghe, ma intendiamo lasciare tempo al tempo, confidando in un dignitoso colpo di coda italico. Contrariamente a quanto affermato da strani personaggi ora divenuti paladini o detrattori dell’Europa a prescindere, non crediamo che il leave fosse una scelta sbagliata solo perché noi avremmo votato per il remain: il popolo si deve assumere la responsabilità (positiva o negativa che sia) delle proprie scelte sempre che sia messo nelle condizioni di poter deliberare in modo consapevole. Essere in grado di abbindolare una parte della popolazione significa averla in pugno, averla spinta ad accontentarsi dell’informazione embedded invece di informarsi spontaneamente con i mezzi più idonei ad avere dati e notizie imparziali e non faziosi. Questo decreta la civiltà di un popolo: votare significa procurarsi le risorse per poterlo fare sicuri della propria scelta, di cui si conoscono a menadito pro e contro. Noi non possiamo dare lezioni a nessuno, visto il caos con il referendum sulle trivelle qualche mese fa (quando il premier ha decretato l’inutilità della consultazione popolare), però ora potremo guardare negli occhi alcuni, non vogliamo generalizzare, britannici senza alzare lo sguardo. Ma non perché siamo noi a esserci innalzati alla democrazia.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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