Europa: perché non ci sarà mai un’Italiexit

Dopo la Brexit ci si interroga se l’uscita dall’Unione europea sia possibile anche per l’Italia. Ammesso e non (ancora) concesso che il Regno Unito esca davvero dall’Ue — come vi abbiamo spiegato ieri, manca ancora il decisivo e tutt’altro che scontato voto di Westminster —, è importante notare che sebbene l’Italia possa seguire un percorso simile, di analogo ci sarebbero soltanto le conclusioni ma non le tappe che a esse portano.

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«È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali», viene spiegato nella Costituzione, art.75. Essendo l’appartenenza all’Unione europea un «trattato internazionale», è contro la legge indire e prendere in considerazione un referendum che riguardi tale questione. Se per assurdo questo fosse possibile, il procedimento sarebbe ancora differente: nel nostro paese le consultazioni popolari possono essere solamente abrogative, questo significa che l’ipotetica decisione dei cittadini avrebbe valore immediato — a parte i necessari tempi tecnici per l’uscita — e non dovrebbe essere messa in atto dal parlamento, cosa che invece accadrà nei prossimi mesi nel Regno Unito, a meno di sconvolgenti colpi di scena.
L’«Ora tocca a noi» scandito a gran voce dal segretario della Lega Matteo Salvini è semplicemente assurdo: di fronte al Pd europeista tout court e al M5S che si propone di cambiare l’Europa dall’interno (ed eventualmente ad abbandonare l’euro ma non l’Ue), l’unica strada possibile — ossia il voto parlamentare — si rivela una salita talmente ripida da essere potenzialmente insuperabile. La Lega, anche unendosi a FdI di Giorgia Meloni, non ha i numeri per portare avanti questa battaglia, né tanto meno per cambiare la Costituzione così da rendere possibile un referendum sul modello di quello inglese. Fa sorridere il fatto che Salvini sia proprio un parlamentare europeo (nonostante le assenze), quindi al pari del leader dell’Ukip Nigel Farage, sputa platealmente nel piatto in cui mangia.
A parte le considerazioni economiche della questione (se la Gran Bretagna farà probabilmente fatica nei prossimi mesi, l’Italia — messa indubbiamente peggio — si troverebbe davanti a un precipizio), ci troviamo di fronte alla solita politica delle tante parole a cui non seguono né possono seguire i fatti. Solo un improbabile boom leghista alle elezioni del 2018 potrebbe porre le basi per un progetto siffatto: anche questa è un’eventualità a dir poco remota. Salvini e co. potrebbero arrivare al ballottaggio (che con l’italicum dà l’opportunità di avere una maggioranza bulgara in parlamento) solamente con l’aiuto di Forza Italia, che è dichiaratamente europeista, seppur molto spesso per un’Ue diversa ma comunque presente.
Ma Salvini questo non lo sa, e se lo sa forse non può dirlo: prima vittima dell’eterna campagna elettorale a cui ha dato in pasto ogni rimasuglio di politica vera, se non dice quel che i suoi elettori vogliono sentire è il primo a finire nell’oblio.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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