Nessuna mente migliore nella mia generazione

Vorrei dire che vedo le migliori menti della mia generazione scappare ma non riesco a fare neppure questo. Ci sono, ci devono essere, ma, atrofizzate da una malattia che si potrebbe chiamare conformismo, giacciono in un limbo senza infamia e senza gloria, senza preoccupazioni, lodi o responsabilità. Le cerco, mi guardo intorno ma non riesco a scorgerle, mimetizzate come sono nella moltitudine di «altri» riescono a scomparire ai propri stessi occhi.

Allen Ginsberg, autore di «Howl», 1955
Allen Ginsberg, autore di «Howl», 1955

Non trombano in limousine col cinese di Oklahoma, ma si lamentano che i cinesi hanno preso tutti i bar del centro. Le migliori menti della mia generazione stanno scappando dal pensiero, dalla presa di posizione, dal differenziarsi rispetto agli altri. Non mangiano fuoco in hotel ridipinti, preferiscono talvolta dare fuoco a quella che li ama. Sono queste le migliori menti della mia generazione? Non lo so e non posso saperlo.
Vanno al ristorante e ordinano cervella, così scoprono che forse, se ce l’hanno i bovini, quell’organo appartiene anche a loro. Ma le domande finiscono lì. Le migliori menti della mia generazione, tra cui non m’annovero, godono della propria sepoltura nell’indifferenza. Lo so e me ne dispiaccio, loro ci ridono e ne vanno fieri. Vedo la bolgia di giovani ventenni, affamati di vita ma non di incredibile curiosità, ammazzarsi di inedia nei bar alla sera: alcol e droga non li usano per andare oltre il conformismo ma per annegarci dentro.
Ho visto le menti migliori di altre generazioni scuotersi e indignarsi di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, anche se non li riguardavano direttamente. Ora non c’è più nulla di questo: il benessere ci permette di crogiolarci nel nulla più totale. Ci pieghiamo ai leader perché ci offrono tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, cosa ce ne importa se sono sbagliate? L’importante è sempre appartenere al clan del non-pensiero.
Chi si pone delle domande, chiunque (perché anche la mediocrità affiora nel mare dell’ignavia), viene deriso, isolato, per convenienza alla fine smette di farsele. Che invidia per questi esseri che occupano il mondo senza viverci, trasecolo di fronte alla spavalderia solipsista con cui esibiscono la propria nullità.
L’algido alterco diventa politica, l’omissione diviene regola. Le migliori menti della mia generazione hanno abiurato a se stesse, hanno da tempo rifuggito il proprio atavico dovere, utilizzare la razionalità che la natura gli ha donato. Questa eristica polemica la colgono come una provocazione su cui ridere una sera.
La colpa di tutto questo? Il merito di questa leggerezza autodistruttiva è di chi ha garantito loro tutto nonostante tutto, è questo il peccato originale. Imbolsiscono di stupidità godendo di essa. Questo mondo non può andare avanti.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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