Fermo: una violenza sentita come legittima

Pur non essendo ancora matematicamente certo quanto accaduto qualche giorno fa a Fermo nelle Marche, la certezza probabilmente la darà soltanto la sentenza, è difficile non scrivere nulla. Quindi ci proviamo, dando però un’importanza relativa ai tragici fatti che hanno portato alla morte di un uomo e utilizzandoli solo come partenza per un ragionamento più ampio.

migrantefermo

Un pestaggio in pieno giorno in città è simbolo di una violenza legittimata benché non legittima: lasciando stare l’aspetto giuridico della faccenda, è lapalissiano che apostrofare la moglie di un immigrato con l’appellativo «scimmia» e ammazzare di botte il marito che inevitabilmente reagisce risulta un atto eticamente corretto dal punto di vista di chi l’ha compiuto. Ci spieghiamo meglio con un esempio che esula dal contesto: aggredireste fino a ucciderlo un uomo che sta violentando un bambino? Probabilmente sì: la legge giustamente non permette ai comuni cittadini di farsi giustizia da soli, ma la necessità e l’urgenza della situazione permettono all’etica del singolo di scavalcare la legge, che è una sorta di etica coatta per tutti. Ecco, secondo le prime ricostruzioni, più o meno consapevolmente (ci è difficile pensare che un ultrà violento sia capace di porsi simili pensieri) l’aggressore si è sentito legittimato a insultare una donna e a rispondere, come se fosse nel giusto, alla reazione del marito.
Non ci sarà mai integrazione finché atti come questo non saranno condannati da chiunque: non «non si aggrediscono e si ammazzano gli immigrati», bensì «non si aggredisce e si ammazza nessuno». La pacifica convivenza di culture diverse che donano qualcosa di buono l’una all’altra non si raggiunge mediante la legge che punisce ma non educa; estendendo il discorso: la violenza non si estirpa tramite la legge. Per questo motivo leggi contro il negazionismo o contro il femminicidio non potranno mai eliminare due piaghe della nostra società.
Finché ci sarà qualcuno che, direttamente o indirettamente, in virtù della posizione che più o meno meritatamente ha conquistato non delegittima atti come quello accaduto a Fermo, finché non accadrà questo il copione è destinato a ripetersi inesorabilmente. Poi arriva Matteo Salvini: sebbene non lo crediamo né direttamente né indirettamente responsabile dell’omicidio, meritano particolare attenzione le parole con cui ha commentato la vicenda. «Chi uccide, stupra o aggredisce un altro essere umano va punito. Punto. A prescindere dal colore della pelle. Sei bianco, sei nero, sei rosa e ammazzi qualcuno senza motivo? In galera, la violenza non ha giustificazione. Il ragazzo nigeriano a Fermo non doveva morire, una preghiera per lui. È sempre più evidente che l’immigrazione clandestina fuori controllo, anzi l’invasione organizzata, non porterà nulla di buono. Controlli, limiti, rispetto, regole e pene certe: chiediamo troppo?». L’esordio è ovviamente ottimo, anche se a dir poco banale: chi uccide va punito, va bene. E la vittima può essere italiana come marziana ma la punizione c’è ed è la stessa, ottimo. Nulla da dire anche sul fatto che Emmanuel Chidi Namdi non dovesse morire. L’inopportunità si cela nelle ultime righe, le ripetiamo: «È sempre più evidente che l’immigrazione clandestina fuori controllo, anzi l’invasione organizzata, non porterà nulla di buono. Controlli, limiti, rispetto, regole e pene certe: chiediamo troppo?». Ovviamente queste parole, per quanto inadeguate e fuori tema, non legano Salvini al caso di Fermo, però cosa vogliono dire? Che la morte di Emmanuel è dovuta all’«immigrazione clandestina fuori controllo»? E che quindi se fosse rimasto a casa sarebbe ancora vivo? Lontani dal pensare che il segretario della Lega intenda legittimare l’omicidio (prospettiva folle e irreale), non possiamo notare come la delegittimazione dell’atto si concluda con questo periodo che sembra non c’entrare nulla col discorso iniziale.
Finché la delegittimazione non sarà detta, ripetuta e ribadita, in molti si sentiranno nel giusto (etico, non giuridico) quando compiono atti come questo.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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