«Black Lives Matter», il reportage: parte 2

Per leggere la prima parte (uscita ieri) clicca qui

Il problema razziale che (sembra) esploso ora negli Stati Uniti, che sta esplodendo in Brasile, e forse presto esploderà anche in Europa, ha radici profondissime e si alimenta nel terreno dello sfruttamento. Di questo bisognerebbe parlare quando si dice che anche le vite nere contano. La ragazza di Philando Castile, Diamond Reynolds, lo dice meglio di chiunque altro: «La faccenda è più grande di Trayvon Martin, è più grande di Sandra Bland, è più grande di ciascuno di noi. Oggi io sto chiedendo giustizia per tutti».

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Per concludere, mi sia concesso tornare al 1972, quando dalla prigione di Stato in California in cui è incarcerata la nota esponente del movimento delle Black Panthers (dopo tutto un altro modo per dire «Black Lives Matter»), Angela Davis, rilascia un’intervista per la rete televisiva franco-tedesca Arte.
Tra le altre cose le si chiede, Angela, lei parla di rivoluzione, ma come si fa la rivoluzione, è davvero necessario usare la violenza?
Voi chiedete a me se approvo la violenza o no? chiede a sua volta la Davis, se approvo le armi? «Sono cresciuta a Birmingham, Alabama. Molti dei miei cari amici sono stati uccisi da bombe piazzate dai razzisti. Mi ricordo, sin da quanto ero piccola, il suono delle bombe che esplodevano nella strada di fronte alla mia casa, e la casa tremare. […] Dopo che le quattro giovani ragazze furono uccise… vivevano molto vicino a casa mia, io stessa ero molto amica della sorella di una di loro, mia sorella era molto amica di tre di loro, mia madre era la maestra di una di loro… dopo l’esplosione, una delle madri delle ragazze chiamò la mia e le disse: potresti portarmi alla chiesa in modo che possa prendere Carol? Ho sentito della bomba, ma non ho l’auto. Una volta lì videro membra umane, teste, sparse ovunque. È per questo che quando qualcuno mi fa delle domande sulla violenza, io lo trovo assolutamente incredibile, perché significa che la persona che sta ponendo questa domanda non ha assolutamente alcuna idea di cosa la comunità nera abbia passato, di cosa abbia vissuto in questo paese, a partire da quando il primo nero è stato deportato qui dall’Africa».

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