G8 di Genova: quali sono le colpe della politica

Sono passati 15 anni dalla mattanza di Genova, avvenuta nel luglio 2001 in occasione del G8 ospitato dal capoluogo ligure. Sara Collalti vi ha già spiegato cosa è avvenuto, quindi non utilizziamo queste righe per ripetere concetti già detti. Vogliamo evidenziare il fatto che il G8 è diventato negli anni uno di quei momenti storici sul cui giudizio l’Italia pare dividersi in modo manicheo.

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Da una parte Carlo Giuliani martire della libertà, dall’altra Carlo Giuliani delinquente che ha fatto la fine che meritava; per alcuni la «momentanea sospensione della democrazia» è stata una vergogna deliberata e quasi calcolata, per altri vi sono sì stati degli errori, come sempre, ma la reazione delle forze dell’ordine è stata proporzionata all’urgenza della situazione. Idee così diverse non appartengono alla Storia ma alla politica, e questo non può che essere un problema visto che il G8 di Genova non è più attualità, ormai è divenuto evento storico (molto importante, tra l’altro).
Se due ore fa Sara Collalti ci ha mostrato quali sono state le responsabilità davanti alla legge per quanto accaduto a Genova, noi proviamo ora a vedere quali invece sono state le colpe politiche. La prima scelta che ha destato non poche perplessità è stata la scelta della location: da una parte Genova ha una topografia tale da essere difficilmente controllabile in modo capillare, dall’altra la città era sede di molti movimenti no-global (alcuni dei quali riuniti nel «Genoa social forum») che chiedevano l’annullamento del G8. La richiesta era motivata sia dal fatto che pochi uomini avrebbero preso decisioni destinate a condizionare la vita anche di nazioni non rappresentate, sia dal divieto, considerato incostituzionale, di entrare liberamente nella cosiddetta «zona rossa», ossia la parte più centrale della città, a cui potevano accedere solo i residenti. La scelta della città, avvenuta durante il governo Amato, era stata criticata anche dall’esecutivo appena insediato (presidente del Consiglio Silvio Berlusconi).

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I fatti della scuola Diaz sono stati definiti una «sospensione della democrazia», per molti la più grave dalla nascita della repubblica italiana. Il 20 e il 21 luglio 2001 abbiamo assistito a una sorta di guerriglia urbana, una situazione indegna per un paese civile. La morte di Carlo Giuliani e la mattanza alla Diaz mostrano responsabilità che vanno ben oltre quelle singole dei responsabili dei fatti: la politica è colpevole perché in 15 anni non ha ancora fatto diventare quei due giorni «storia», non ha aiutato a fornire una visione univoca e corroborata da prove di quanto accaduto. Se ormai chiunque sa cos’è accaduto, troviamo ancora politici che offrono visioni distorte e faziose della vicenda, venendo meno al loro ruolo di «guida» del paese, funzione da svolgere con disciplina e con onore. «Non ci sarebbe stato un morto se non fossero stati aggrediti i carabinieri in quella piazza. La verità va riaffermata e con essa la gratitudine a chi difese la legalità minacciata da centri sociali, black bloc e sinistre varie. Da Genova 2001 a certi “no-tav” di oggi c’è un filo rosso di violenza che va spezzato», ha affermato Maurizio Gasparri, oggi vicepresidente del Senato, in occasione del decennale, nel 2011.
Il fotoreporter Eligio Paoni, arrivato in piazza Alimonda subito dopo la morte di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere, riuscì a fotografare il corpo del ragazzo prima che venisse coperto. Per questo motivo fu malmenato dalle forze dell’ordine, venne ferito alla testa, gli fu fratturata una mano, la macchina fotografica venne distrutta e Paoni costretto a consegnare un rullino che aveva cercato di nascondere. Una foto mostra anche un carabiniere che spinge la testa del reporter verso il corpo di Giuliani, forse nell’atto di intimorirlo. 

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L’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola qualche mese dopo ammise di aver dato ordine alla polizia di sparare sui manifestanti nel caso in cui avessero varcato il confine della zona rossa. Successivamente ritrattò, affermando di aver dato l’ordine di «alzare il livello delle misure di sicurezza all’interno della zona rossa», per paura di attentati, e di non averlo riferito al parlamento per non «bruciare» le fonti che avevano informato l’intelligence italiana del possibile attentato.
Genova è ancora ferita dopo 15 anni, sia la città che i cittadini: la democrazia per due giorni è mancata e questi sono i risultati. Ormai il danno è fatto, ora bisogna smettere di discutere e rendere il G8 storia, perché la verità è una sola, e la sanno tutti, anche se spesso si cerca di negarla.

Tito Borsa

Giornalista professionista e fotografo. Ho pubblicato vari libri tra storia, inchiesta giornalistica e fotografia

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