Serietà! Doverosa apologia di «Pokémon Go»

Il videogioco «Pokémon Go» è la moda del momento: sia i più giovani, sia coloro che sono cresciuti con il mito dei mostriciattoli giapponesi (e quindi godono di questo amarcord) girano per le strade con lo smartphone in mano alla ricerca delle creature più rare. Il mondo sembra essersi manicheamente diviso in due: coloro che giocano a «Pokémon Go» e coloro che li criticano.

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«Ai miei tempi…», così iniziano le filippiche degli «anti», che sono pronti — in modo del tutto irrazionale e semplicistico — a dare al videogioco la responsabilità di una gioventù bruciata. Inutile dire che è meglio un quindicenne che macina chilometri alla ricerca di un Pikachu rispetto a un suo coetaneo collassato su un divano: i detrattori vanno dritti per la propria strada ed è impossibile fermarli. Un altro cavallo di battaglia di questi signori è il «disimpegno» di questo gioco, elemento che stona con qualunque discorso che prediliga il buonsenso: se da una parte è quasi ossimorico parlare di un gioco impegnato (un «No Global contro Fasci» potrebbe essere un’idea), è altrettanto ovvio che sia sbagliata la concatenazione fra causa ed effetto: non è «Pokémon Go» a portare il disimpegno, è bensì il disimpegno, causato — come vedremo — da ben altri fattori a portare a «Pokémon Go».
Un paragone con gli anni della contestazione, tanto per fare un esempio, è improponibile: quarant’anni fa i miei coetanei avevano l’illusione di poter cambiare qualcosa, mentre ora il mondo sembra funzionare anche senza di noi. Non funziona più il ragionamento secondo cui il mare è fatto di gocce, ognuna delle quali ha un’importanza fondamentale perché senza gocce non c’è oceano: sembriamo ingranaggi superflui di una realtà che ci usa ma non ci appartiene, quindi ci dedichiamo ad altro. Il sintomo di qualcosa che non quadra non è né l’esistenza né il successo di «Pokémon Go», ma il fatto che esso sia divenuto un’occupazione unica ed esclusiva dei giovani (ovviamente stiamo semplificando e generalizzando per esigenze di sintesi).
Forse tutti questi santoni che non si sono mai divertiti un giorno in vita loro dovrebbero lasciar perdere le invettive su un videogioco che permette di muoversi e socializzare grazie a un’assoluta innovazione come la realtà aumentata (l’unione di realtà e realtà virtuale). I problemi sono altri, dobbiamo rendercene conto, prima di dare a «Pokémon Go» la colpa per il buco nell’ozono o per l’esistenza dell’Isis.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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