Ma Michela Murgia quale Turchia ha visitato?

La scrittrice sarda Michela Murgia, autrice di molti fortunati volumi, è stata in Turchia e dal proprio viaggio ha tratto un reportage che induce a molte riflessioni e a molte domande, la prima delle quali suona «Ma quale Turchia ha visto?». Il discorso parte dalla visita a una libreria siriana di Istanbul, ma si allarga sin da subito alla condizione dei profughi («I siriani non sono benvenuti qui, Erdogan ci usa solo come moneta di scambio per entrare nell’Unione Europea», spiega una ragazza siriana) e, ovviamente, al tentativo di colpo di Stato avvenuto poche settimane fa, golpe che ha paradossalmente (si fa per dire) reso ancor più forte la figura di Erdogan.

Erdogan

«Erdogan non mi piace, ma sono felice che il golpe militare sia fallito: un regime di soldati non so cosa avrebbe potuto portare a noi esuli», racconta alla Murgia la ragazza di prima. La scrittrice, e qui abbiamo strabuzzato gli occhi, sentenzia – riferendosi ai tantissimi turchi scesi in piazza per festeggiare il ritorno del «presidente eletto» – che «i giornali italiani hanno scritto che a fare festa è “il popolo di Erdogan”, come se queste migliaia di persone fossero fanatici e prezzolati che sostengono il presidente per partito preso». E poi continua: «È una visione che va incontro ai sentimenti occidentali di antipatia per Erdogan, ma che impedisce di capire che a Istanbul le persone – al di là delle differenze politiche – sono sinceramente contente che i militari dissidenti non siano riusciti nel loro scopo». Ora, delle due l’una, o la Murgia ha detto (malamente) una banalità, oppure c’è qualcosa che non torna. Nel primo caso pare ovvio che è meglio qualcosa di criticabile e di indegno per un paese che vorrebbe entrare nell’Ue, rispetto a un’incertezza come quella che poteva causare la effettiva presa del potere dei militari, i quali non hanno mai portato democrazia nel corso della Storia e che casomai avrebbero introdotto una buona e necessaria dose di laicismo anche se era impossibile prevedere a quale prezzo. Nel caso in cui la Murgia non intendesse dire questo, la lettura alternativa viene confermata da quanto segue: «Erdogan ha ottenuto l’impensabile da questo golpe», perché è riuscito a riunire sotto di sé anche i dissidenti e gli avversari politici (una sorta di pastone stile larghe intese) «sulla base del comune desiderio di mantenere il paese democratico». Sembra lo stesso copione della rielezione al Quirinale di Giorgio Napolitano nel 2013. La Murgia avrebbe mai potuto privarci della sua lettura delle vergognose epurazioni che Erdogan sta compiendo, usando quasi come un pretesto il golpe fallito? Ovviamente no: «Mentre i giornali occidentali riportano le notizie delle conseguenze del golpe descrivendole come una repressione fuori dallo stato di diritto, a Istanbul sono in pochi a pensare che Erdogan sulla questione golpe stia agendo in modo non legittimo». «L’escalation di potere sulle altre questioni, in particolare la sua mai nascosta aspirazione a riformare la costituzione per fare della Turchia una repubblica presidenziale» non preoccupa chiunque abbia a cuore una democrazia degna di questo nome, dotata quindi di contrappesi all’esecutivo: gli unici a temere questa evenienza sono «le persone politicamente ostili a Erdogan».
Se «i giornali italiani sembrano invece molto più preoccupati della pretesa islamizzazione in atto sotto il governo Erdogan», la Murgia non è d’accordo: «il quartiere di Beyoglu è una buona cartina di tornasole del contrario»: «i giornali italiani hanno scritto che il quartiere è deserto e che le donne dopo le diciannove hanno paura ad andarci senza il velo, ma a smentire questa descrizione cupa basta una comune passeggiata non dopo le diciannove, ma anche dopo le ventidue, dove nei locali e nei vicoli c’è una vita paragonabile a quella di Trastevere il venerdì sera e dove le donne camminano per le vie fino a tarda notte vestite esattamente come a loro garba, cioè tutte diverse».
A un lettore che le contesta di non aver detto nulla sulla «incarcerazione preventiva di professori, giornalisti, intellettuali», la Murgia ha risposto – quasi piccata a dir la verità –: «La prima attitudine di un intellettuale e in genere di una persona di buon senso è non sparare sentenze sulla base di quello che si legge a 1400 km di distanza. Io racconto quello che vedo e qui quello che vedo è spiazzante e interroga». A parte che definirsi un’intellettuale è sintomo di un minimo di presunzione di troppo, forse sarebbe il caso anche di raccontare quello che non si fa vedere ai visitatori, e chiedersi perché si metta la polvere sotto il tappeto.
Non abbiamo altro da aggiungere su questo primo episodio del reportage di Michela Murgia, se non la domanda che ci assilla dall’inizio: ma la scrittrice, quale Turchia ha visto?

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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