Michela Murgia parla di una Turchia tutta sua

PREMESSA
In seguito alla pubblicazione della prima parte di questa lunga critica al reportage di Michela Murgia, la scrittrice ha risposto chiedendo polemicamente su Twitter se il sottoscritto è mai stato in Turchia. Evidentemente non ha capito la natura delle nostre critiche che non puntano a dimostrare (non ne abbiamo i mezzi né le intenzioni) la falsità di quanto scritto: quando ho trovato il reportage sulla sua pagina Facebook, ero davvero interessato alla faccenda, proprio perché conosco poco la Turchia. Il problema non è questo, ma – come spero di aver spiegato in modo molto chiaro oggi (seguendo le stesse tecniche pedagogiche che la Murgia ha affermato di voler utilizzare con me) – che si tratta di un’accozzaglia di opinioni, peraltro di personaggi nemmeno tanto qualificati, senza uno straccio di prova a corroborare le loro affermazioni.
Il fatto di esserci, concludo, non è poi garanzia di verità: basti ricordare la diatriba fra Indro Montanelli e lo storico Angelo Del Boca: il primo riteneva (ho motivo di pensare, conoscendo la faccenda molto bene, in buona fede) che gli italiani non avessero usato armi chimiche in Etiopia. Su cosa si basava Montanelli? Su quanto aveva visto, perché lui – a differenza del ben più giovane Del Boca – c’era.


Continuiamo a occuparci di Michela Murgia, la scrittrice che, dopo aver visitato un circolo culturale e una fumeria di Istanbul, pretende di fornire una lettura alternativa di quanto sta accadendo in Turchia. Siamo consapevoli che la situazione sia molto più complessa di come ci viene presentata da (alcuni) media, però siamo altresì convinti che una narrazione e una descrizione che vuole offrire un punto di vista differente di una questione, debba — ancor più dei racconti «ufficiali» — essere obiettiva, senza cedere a anti-islamismi o anti-occidentalismi di sorta.

Questa è la Turchia. Strano che la Murgia non ne abbia parlato
Questa è la Turchia. Strano che la Murgia non ne abbia parlato

Ieri abbiamo commentato la prima parte del reportage della scrittrice, oggi cerchiamo di leggere fra le righe del secondo episodio, che riguarda un incontro fra la Murgia e Gürsel Bulut, che «non ha neanche cinquant’anni, ma nell’antica fumeria di narghilè di Istanbul in cui ci siamo dati appuntamento lo salutano a decine con la reverenza che si offre a un anziano stimato». Originario dell’Azerbaigian, Gürsel Bulut è un mercante di artigianato orientale che, a causa del suo lavoro, ha viaggiato molto e mette subito le cose in chiaro parlando di «un golpe militare eterodiretto da un fanatico predicatore sponsorizzato dagli Stati Uniti come Fethullah Gülen». Il discorso prosegue e la Murgia continua a riferirci le affermazioni di questo Gürsel Bulut senza fornirci un minimo di riscontro: «La parte di esercito che ha organizzato il golpe con l’aiuto degli americani non è composta dai difensori dello stato laico di Ataturk, ma da seguaci dell’ideologia religiosa di Gülen» e ancora, parlando dei licenziamenti degli insegnanti, «Tu quando leggi la parola insegnante pensi che stiano mandando per strada dei poveri maestri di lettere e di matematica, invece quei dodicimila licenziamenti riguardano persone che insegnano nelle scuole di Gülen e che fanno parte di una rete sovversiva».
Improvvisamente Michela Murgia si sveglia e cerca di fornire un abbozzo di contraddittorio: «Non gli nascondo che visto dall’Europa questo dopo golpe sembra il prodromo di una dittatura e che i paragoni con Hitler e il suo iniziale consenso popolare si sprecano». Ma l’idea di un dialogo fra parti contrapposte finisce immediatamente, «L’Europa è sempre pronta a indicare i pericoli antidemocratici fuori da sé, ma mai al suo interno», sentenzia Bulut, come se le colpe dell’Europa potessero far sparire magicamente quelle di Erdogan. «Dopo l’attentato di Parigi Hollande ha sospeso gli accordi di Schengen sulla libera circolazione e ha dichiarato lo stato di emergenza, che congela diversi diritti civili. Adesso, dopo i fatti di Nizza, lo ha prolungato, ma nessuno in Europa pensa che Hollande sia un dittatore. Qui c’è un colpo di stato, la nostra nazione è in pericolo, ma se Erdogan fa la stessa cosa di Hollande è subito dittatura», prosegue il mercante e la Murgia tace, limitandosi a descrivere i segni di assenso dei presenti.
Il discutibile punto di vista di Bulut risalta nella sua interezza quando dichiara: «Siamo uno stato laico da troppo tempo, farci tornare indietro non sarebbe così facile». In effetti è laico uno Stato in cui gli imam — guide spirituali dell’Islam — sono nominati dal governo. Lo stesso Bulut li definisce «funzionari» e «dipendenti dello Stato». Evidentemente il concetto di laicità di nazione che abbiamo noi europei è fondato su un metro di giudizio lievemente differente.
In prossimità della conclusione di questa seconda parte del reportage, la Murgia si sveglia nuovamente dal torpore che aveva avvolto il suo spirito critico e prova a obiettare che «Erdogan è al potere da quattordici anni, dopo essere stato sindaco di Istanbul. Sono abbastanza da costruire un paese a sua immagine e somiglianza». Purtroppo un dialogo è inutile, perché Bulut risponde ironico: «Berlusconi vi ha governati per quasi vent’anni e il mondo si chiede ancora come avete fatto a continuare a votarlo per tutto quel tempo». E se la scrittrice stava per ribattere che Berlusconi non ha mai mandato l’esercito contro una manifestazione (e, le suggeriamo noi, non è stato al potere per quasi vent’anni), le è bastato ripensare al G8 di Genova (che è una vergogna italiana ma nei fatti molto diverso dai provvedimenti altrettanto vergognosi di Erdogan) per tacere. Insomma, mal comune mezzo gaudio.
Ci fermiamo qui, come si ferma la Murgia al termine della seconda parte della sua narrazione. Forse abbiamo sbagliato noi, aspettandoci un resoconto che non pretendesse di fornire una verità sulla base di un paio di chiacchierate con, oseremo dire, persone comuni. Fatto sta che, se lo scopo di tutto questo era fornire il punto di vista di qualche turco, allora è stato raggiunto, ma la forma è completamente sbagliata.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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