Il «Bail-in», uno strumento economico di buonsenso

«Regole restrittive e rovinose», così Luisa Bizzotto, nel suo articolo di sabato scorso, definiva il cosiddetto «bail-in», ossia il «salvataggio interno» degli istituti bancari: in altre parole, come aveva già spiegato bene Luisa, dall’inizio di quest’anno, la normativa europea vieta l’intervento statale per il risanamento delle banche in difficoltà.

Infografica da MF-Milano Finanza
Infografica da MF-Milano Finanza

Ebbene, era ora! Premesso che i «piccoli» risparmiatori (conto corrente con meno di 100mila euro) rimangono tutelati, tocca in primis agli azionisti e ai detentori di strumenti di capitale, poi a chi possiede obbligazioni e titoli subordinati, ai creditori subordinati, ai creditori chirografari e infine ai «grandi» correntisti sanare i buchi di bilancio della propria banca. In questo modo gli istituti di credito vengono trattati quasi alla stregua di vere e proprie aziende: se un’impresa rischia il fallimento, perché mai dovrebbe essere lo Stato a tutelarla? Sappiamo tutti, e sarebbe sciocco negarlo, che quasi tutte le banche sono colossi economici che possono essere danneggiati solo da problemi altrettanto grandi, come i «non performing loans», i crediti non più considerati esigibili, che nei fatti corrispondono quindi a una perdita. Non stiamo certo parlando delle piccole-medie imprese che vengono soppresse dalla crisi o da una concorrenza spietata e non sempre corretta.
Da notare anche che nella direttiva europea c’è anche altro: da una parte lo Stato è chiamato ad agire solo in extremis, quando a pagare le conseguenze della crisi bancaria può essere la stabilità finanziaria o l’interesse pubblico (anche se mai con finanziamenti a fondo perduto); dall’altra parte, i depositi fino a 100mila euro rimangono tutelati dai fondi interbancari degli Stati membri. Quindi a pagare non sono i comuni cittadini, ma piuttosto chi ha i mezzi per non subire perdite ingenti e, soprattutto, coloro che hanno investito (e a cui si era quindi prospettato un possibile guadagno) sulla banca. L’intervento statale a fondo perduto avrebbe dato adito a un’eventualità contraria a ogni economia di mercato: cioè che lo Stato, in parole povere, risanasse i buchi di un’azienda e quindi salvasse gli investitori che hanno commesso un errore, consapevoli del rischio delle proprie azioni. Ovviamente qui non si parla di quei poveretti che hanno acquistato obbligazioni subordinate solo perché non coscienti del rischio che queste si portavano appresso. Ma sarebbe d’altronde assurdo pensare che, tanto per fare un esempio, tutti coloro che avevano investito su Banca Etruria fossero vittime di un raggiro.
L’intervento dello Stato nell’economia è qualcosa di estremamente delicato e deve avvenire solo se a rischio c’è il bene comune, non solo quello di (relativamente) pochi che cercano di guadagnare dalle speculazioni. Solo se il risanamento statale — non a fondo perduto, bensì attraverso la partecipazione al capitale sociale o la proprietà pubblica temporanea — non è una certezza ma solo un’eventualità, le banche possono agire come delle vere e proprie aziende: basta passi più lunghi della gamba, basta gestioni folli dei capitali. Questa più che economia è solo buonsenso.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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