Noi non possiamo volare, fino a prova contraria

Quello che mi piace delle persone è che loro pensano di non saper volare.
«Fino a prova contraria».
Ma io non ne sono così sicura.

«L'Angelo caduto» (1847), di Alexandre Cabanel
«L’Angelo caduto» (1847), di Alexandre Cabanel

A dir la verità non sono mai sicura di niente. La mia è una specie di incertezza cronica che ridacchia alle mie spalle anche quando devo fare due più due. Anche quando cammino e ripeto il rosario schematico dei miei passi.
Che siano davvero passi e non saltelli?
O battiti d’ali?
Da piccola sognavo quasi tutte le notti di potermi staccare dalla terra. Io non credo nel demonio, se proprio dovessi identificarlo in qualcosa, penserei alla forza di gravità, è l’unica che gioca sempre a tuo sfavore.
«Fino a prova contraria».
Eppure se si percorre il bagnasciuga di una spiaggia che dà sul mare vi assicuro (senza certezza) che si potrebbe pensare di volare.
Nei miei sogni mi bastava fare un salto molto deciso a piè pari, e poi nuotare nell’aria, a rana o come meglio si è capaci. E poi agitare, agitare le braccia con tutta la forza possibile perché no, non è facile volare. Costa molta fatica. Anche nei sogni.
Sono sicura (?) o forse no.
Abbiamo tutti delle ali bianche come il latte sotto questa buccia di umanità. Bisogna decidere, decidere se restare a terra i guardare in su. Con lo sguardo si può andare in ogni dove. Abbiamo poteri che nemmeno riusciremmo a immaginare. Ma non lo sappiamo consciamente. Perché siamo ciechi. Come burattini mascherati da burloni agitiamo sorrisi di carta davanti a bracieri ardenti. Spavaldi li laviamo tra le fiamme. E poi ci gettiamo anche noi.
Di fronte alla distesa d’acqua più blu io ci vado con il mio cavalletto macchiato di tempera e, fissata la mia tela color panna, col pennello dipingo ciò che non c’è. Non uso colori, ma acqua di mare. Ogni pennellata studiata con intensità paurosa. Giusto il tempo di vedere una macchiolina più scura nel bianco, prima che sparisca, asciugata dal vento insaporito di salsedine.
Dipingerei non solo il mare. Ma anche il tempo. Che porta via tutto.
Così la mia tela potrebbe inghiottirsi l’oceano intero. Penso.
Impiegando millenni per riportarlo sul mio bianco, che nianco non è, ma panna sporca. Panna con un po’ di latte. Come quella che aggiungi nella cioccolata d’inverno chiusa nel tuo bar di periferia.
Sarebbe come volare.
Ogni uomo lo potrebbe fare. Ma preferiamo non provarci perché se tutti potessimo librare nell’aria, immagino il trambusto. Già ci sono i pensieri a incasinare la vita. Meglio restare qui, a terra. A occhi chiusi e pugni stretti e resistere resistere. Esistere.
Mi piacerebbe tornare bambina e sognare ancora di andare via. Chissà perché adesso non lo faccio più.
Crescendo la paura ti attanaglia e fermenta nel basso ventre. Ti senti pesante. Non solo gravità, ma macigni alle caviglie.
Trascino il mio corpicino in giro per la strada. La mia tela è ancora asciutta perché il mare… Il mare non c’è. Passi il pennello umido sulle labbra. Adesso sa di caffè. Quello che ho bevuto appena poco fa, per svegliarmi un po’. Stupida io, forse, sognando ancora, mi alzo dal letto e inciampo nei miei sporchi stracci. Ricordi lasciati lì a fermentare e farmi radici nel cuore.
Per poco non mi rompevo il naso, potevo spiccare il volo, ma mi ero dimenticata di scartare le ali.

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