Terremoto: la Meloni e Salvini devono tacere

anche se è triste non possiamo negarlo: forse accade ovunque, ma è oramai appurato che in Italia neppure una tragedia può impedire ai ben noti fenomeni da tastiera di continuare le loro battaglie, nonostante il dramma evidenzi ulteriormente la piccolezza dei propositi e dei propositori. È triste vedere da una parte le macerie di paesi come Amatrice, Pescara del Tronto o Accumoli, e dall’altra i cinguettii o i post di personaggi che dovrebbero essere educati a un doveroso silenzio.

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Il primo caso, oramai conosciuto da tutti, è quello di Giorgia Meloni che nel pomeriggio di mercoledì ha lanciato la sua proposta: «Faccio una proposta al governo, in particolare a Renzi e Padoan: attualmente il jackpot del Superenalotto è a 128,8 mln. Blocchiamo il concorso da subito o dalla prossima estrazione nel caso in cui nessuno dovesse vincere e destiniamo quei soldi alle popolazioni colpite dal terremoto per i soccorsi, il sostegno alle famiglie delle vittime e a tutti coloro che sono sopravvissuti ma hanno perso tutto». Applausi a scena aperta, come diceva qualcuno, e subito la petizione su change.org con circa 285mila firme (dato di ieri mattina). Evidentemente nessuno di questi signori – e nemmeno la Meloni – ha fatto una rapida ricerca su internet da cui è possibile apprendere che: 1. il Superenalotto è un gioco a premi gestito dalla azienda Sisal; 2. se fino al 30 maggio scorso l’azienda era di proprietà di tre gruppi di private equity, due dei quali con sede a Londra, ora è al 100% di proprietà di Cvc Capital Partners, società finanziaria britannica con sede in Lussemburgo; 3. delle giocate l’erario trattiene più della metà, l’8% va al punto vendita, il 4% va alla Sisal e il 35% va a costituire il montepremi. Risulta quindi difficile pensare che il governo italiano, destinatario sia dell’appello di Giorgia Meloni sia della succitata raccolta firme, possa espropriare una società straniera con sede in uno Stato straniero di quanto le spetta. Al limite si può destinare la parte trattenuta dall’erario, che comunque non è il jackpot.

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Il secondo genio è Matteo Salvini, un altro soggetto che per il bene di tutti dovrebbe apprendere l’arte del silenzio. Di cosa si poteva occupare il segretario del Carroccio, di fronte a più di 250 morti e a un numero indeterminato di corpi ancora sotto le macerie? Degli immigrati, naturalmente. Salvini è riuscito nella non facile impresa di collegare due argomenti che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro: gli immigrati e il terremoto. «Questo parroco non ha per niente torto» ha dichiarato su Facebook rimandando a un articolo della Pravda leghista, ossia «Il populista» (un nome, una garanzia). La notizia citata da Salvini riguarda il parroco di Boissano (Savona) che ha dichiarato su Facebook: «Adesso è il momento, vista la tragedia del terremoto, di mettere gli sfollati nelle strutture e i migranti sotto le tende…». È lecito supporre che Salvini abbia fatto sue le parole del parroco e che quindi ritenga giusto che i terremotati e i migranti si scambino di posto.
Innanzitutto è bene sottolineare che se lo Stato ha dovuto affidarsi a dei privati per trovare dei luoghi dove ospitare i migranti è perché era (ed è tuttora) impreparato a quella che sarebbe sciocco non chiamare emergenza. Se però si accosta questa emergenza a quella che sta avendo luogo in questi giorni in centro Italia si dimostra di voler piegare la realtà all’ideologia o, nel peggiore dei casi, ai propri interessi. A parte il fatto che, come mi ha confermato la nostra Elisa Climastone (che ha vissuto il terremoto de L’Aquila nel 2009), gli sfollati 1. non vogliono assolutamente allontanarsi dai resti della propria abitazione e 2. preferiscono avere una tenda sopra la testa piuttosto che un tetto; a parte questo non si capisce perché si debbano «sacrificare» gli immigrati a favore dei terremotati: entrambe le categorie hanno il diritto di ricevere aiuto e assistenza, a nessuna delle categorie stiamo facendo un favore. Forse questo, nella testa di qualcuno, non si è ancora impresso bene. Innescare una lotta fra poveri può favorire solo chi non fa parte né di una fazione né di un’altra, ma può godere del lusso di sedere sugli spalti mentre gli altri si azzannano. A quanto pare, i terremotati non hanno fortunatamente ceduto alla provocazione.
Di fronte a una tragedia bisogna smettere di dire idiozie e, se si può, aiutare in qualunque modo (basta una piccola donazione) chi è in difficoltà. Se proprio non potete o non volete contribuire, almeno abbiate la decenza di tacere.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017), studio alla Scuola di Giornalismo della Luiss a Roma. Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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