Il voto dei 18enni vale solo 500 euro?

Ci diranno che siamo dei bastian contrari, che bocciamo qualunque cosa pensi e faccia Matteo Renzi ma non è così: se riteniamo che il bonus di 500 euro dato ai diciottenni sia solo una mancetta (per di più in vista del referendum) del padre-padrone-premier, abbiamo le nostre ragioni per farlo, ragioni opinabili ma non pretestuose.

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Innanzitutto è bene ripetere che questo provvedimento ha tutta l’aria di essere una vera e propria mancetta elettorale. Come con gli 80 euro dati in coincidenza con le europee del 2014, anche qui il premier sembra cercare un consenso a tutti i costi, trovandosi di fronte a una prova elettorale importantissima e, per di più, in un momento di scarsa popolarità. Ovviamente ci auguriamo di sbagliarci. Ma, a parte questo, c’è qualcosa di più profondo e sottile che ci impone di disprezzare questo provvedimento.
Dare 500 euro a ogni ragazzo che compie 18 anni nel 2016 costa allo Stato circa 290 milioni di euro, una cifra enorme e ben maggiore – tanto per fare un esempio – di quella che sarà risparmiata col nuovo Senato. L’impiego di questi soldi pare assurdo, di fronte a scuole pubbliche che cadono a pezzi, a docenti sottopagati indipendentemente dal loro impegno e dalle loro capacità, ad aule sovraffollate dove è sempre più difficile trasmettere qualcosa visto il gran numero di discenti. Questi soldi forse potevano essere spesi in modo più lungimirante, anche se meno popolare, dividendo il guadagno del singolo e offrendolo, in prospettiva, a più generazioni.
Poi: che funzione può avere un bonus da 500 euro dato a chiunque in modo indiscriminato? Assolutamente nessuna: i diciottenni meno abbienti utilizzeranno quei soldi o senza libera scelta (acquistando per esempio i libri scolastici), oppure coglieranno l’occasione per provare esperienze che non proverebbero mai per difficoltà economiche (un concerto, un museo, ecc.). E fin qui potrebbe anche andare bene, ma i figli delle famiglie più benestanti? Semplicemente non dovrebbero ricevere questi soldi: se lo Stato deve tassare con aliquote proporzionali al reddito, è giusto anche dia denaro in modo proporzionale. Se un «ricco» (parola consunta ma adatta) vuole comprarsi un libro, andare a un concerto, andare a puttane lo fa e basta. Se la migliore ipotesi, ossia l’elargizione sul merito, è di ardua attuazione, almeno utilizzare il reddito come discriminante sarebbe stato un «meno peggio». Perché lo Stato deve dare soldi a chi non ne ha bisogno?
bonus-500-euro-diciottenni-renzi-770x535Proseguiamo: le elargizioni fanno schifo. Mi spiego meglio: siamo abituati a vedere corrisposto un quantitativo in denaro di fronte a una prestazione lavorativa oppure, è il caso per esempio dei sussidi di disoccupazione, di fronte a una situazione che – si spera – muterà nel futuro e che comunque è di disagio e alla quale lo Stato deve rimediare in qualche modo. Bene, qui che situazione c’è? I diciottenni non hanno lavorato e quei soldi non sono nemmeno utilizzabili per il sostentamento proprio e della propria famiglia (come vedremo tra poco): questi ragazzi hanno «guadagnato» 500 euro semplicemente compiendo gli anni. Alla faccia dei loro coetanei, che hanno avuto la sfortuna di nascere un anno prima, che magari guadagnano 500 euro al mese lavorando come dei disgraziati.
Ma questa non è solo un’elargizione e nemmeno un incentivo alla spesa e quindi al rilancio del mercato. Al pari del bonus di 500 euro ai docenti delle scuole, inaugurato l’anno scorso, si tratta di somme che, anziché essere date in mano al soggetto e quindi affidate al suo libero arbitrio (per i prof 40 euro al mese in più di stipendio, per esempio), vengono date apposta per essere spese esattamente nel modo in cui lo Stato vuole che tu li spenda. Questa forma di «schiavitù dell’acquisto» è qualcosa di ripugnante, buono solo per una campagna elettorale di bassa lega rivolta a un popolo in difficoltà e quindi pronto ad accettare qualunque cosa.
Siamo d’accordo che 500 euro, soprattutto per un diciottenne, non siano pochi, però riteniamo che sia importante rendersi conto che le modalità sono completamente sbagliate e, oseremmo dire, offensive per i destinatari. Rilanciamo la cultura in questo paese, ma senza privilegiare una generazione a forza di mancette: usiamo 290 milioni per migliorare la vita e l’esperienza culturale della comunità.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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