Essere controcorrente sminuendo Dario Fo

quest’anno è stata inaugurata l’identità fra Nobel e polemica, la letteratura è diventata per qualche fenomeno un concetto ben definito e ogni occasione è buona per apparire come quello controcorrente, anche al costo di fare figure grame.
Uno è stato lo scrittore Alessandro Baricco che si è chiesto sornione che cosa c’entri Bob Dylan con la letteratura, forse pensando – per il solo fatto di aver scritto un capolavoro, ossia 
Novecento – di essere contemplato lui stesso nella categoria.

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Ma se Baricco, da scrittore, qualche ragione per parlare ce l’ha, Deborah Dirani («Donna, prima. Giornalista, poi») no. Dirani chi? L’autrice dello straordinario articolo, degno del Pulitzer, «Quel mistero poco buffo e tanto noioso di Dario Fo», pubblicato sull’Huffington Post.
Ognuno ha diritto di esprimere la propria opinione, direte. E infatti avete anche ragione, basta che tale opinione venga argomentata in modo idoneo alla materia trattata. Ma, visto che si sta parlando di un Nobel alla Letteratura, l’argomentazione deve essere di buon livello.
«No, non non sentirò la mancanza Dario Fo: non lo amavo come artista, non lo stimavo come uomo e politicamente lo trovavo credibile come la Formica Atomica». Il punto è che dell’opinione di Deborah Dirani non gliene importa niente a nessuno. Infatti lo straordinario articolo è stato condiviso su Facebook solo da chi era d’accordo con lei, da chi cercava le parole giuste per esprimere la propria idea.
«Un capopopolo che, dimenticando Salò e l’ideologia liberticida su cui nacque, si erse a paladino della libertà perché alla fine in Italia per ricostruirsi la verginità ideologica (intellettuali o ignoranti che si sia) basta sempre un rapido candeggio della coscienza e del passato. E questo sì che è un mistero, ma mica tanto buffo». Ecco qui il solito mix di luoghi comuni e di frasi usurate: dall’accenno all’esperienza repubblichina (il cui contorno, ossia il ruolo del padre di Fo nell’antifascismo, non è irrilevante) come se potesse sminuire la statura letteraria del personaggio, al solito mantra «In Italia…».
Dopo aver ammesso di non aver capito una parola di 
Mistero Buffo, la Dirani tira fuori l’asso dalla manica: «Io non sono ignorante ma sono libera di non capire tutte le rivoluzioni (comprese quelle linguistiche) nelle quali mi imbatto, soprattutto quando quelle rivoluzioni non hanno alcun interesse a farsi capire da me». Nemmeno chi scrive ha mai apprezzato quell’opera però non ha la presunzione di ergersi a metro di giudizio: se non l’ho capita io, non vuol dire che non l’abbia capita nessuno.
«L’arte, il teatro, per muovere le coscienze non deve essere alla portata intellettuale del maggior numero possibile di persone?», si chiede retorica. Non necessariamente: se avesse ragione lei, l’
Ulisse e la Veglia di Finnegan (due capolavori di James Joyce) non sarebbero da additare come arte perché talmente sperimentali da risultare pesanti, noiosi e incomprensibili alla stragrande maggioranza dei lettori.
È morto Dario Fo. Se è nostro diritto dire, come hanno fatto Brunetta e la Santanché tra gli altri, che non ci è mai piaciuto; è presuntuoso, oltreché ingiusto, sminuire la portata artistica del personaggio solo perché
a noi non è piaciuto o perché noi non l’abbiamo capito. Va bene non proseguire con la solita pantomima «morto quindi santo», però anche il voler essere bastiancontrari per forza è altrettanto patetico.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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