Usa 2016: un libertario al 9% potrebbe far perdere Trump

Chi scrive non è un esperto di elezioni Usa però, non siamo i soli a dirlo, è difficile trovare chi sia il meno peggio fra l’ex first lady ed ex segretario di Stato Hillary Clinton e il tycoon Donald Trump. Quest’ultimo è ormai noto al pubblico per alcune sue idee che contraddicono i principi democratici su cui si reggono gli Stati Uniti, mentre colei che forse sarà la prima presidente donna si sta dimostrando poco trasparente verso i propri elettori. 

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In questo bipolarismo alla McDonald’s c’è fortunatamente un terzo incomodo, che risponde al nome di Gary Johnson, ignoto ai più ma che sta crescendo nei sondaggi. Nato in North Dakota nel 1953, è il candidato presidente del Partito Libertariano; un passato da repubblicano per due mandati consecutivi (1994-2002) governatore del New Mexico, proprio durante il secondo mandato iniziò a farsi conoscere opponendosi alla battaglia contro droga e narcotraffico intrapresa da molti anni da Washington. Johnson definì questa politica troppo costosa e la paragonò al proibizionismo degli alcolici; di lì a poco rese pubblica la propria posizione a favore della legalizzazione della marijuana.
Nel 2012 corse alla presidenza fra le fila del Partito Libertariano, ottenendo lo 0,99% dei voti. Quest’anno ha sconfitto alle primarie libertarie l’imprenditore informatico John McAfee, proprietario dell’omonima azienda di antivirus, ed è riuscito a qualificarsi in tutti i 50 Stati e nel District of Columbia.

Le idee politiche. Il programma di Johnson riguarda in primo luogo le tasse che oggi «danneggiano la produttività, il risparmio e l’investimento» ma anche il debito pubblico previsto per il 2017, da lui definito non solo «osceno» ma anche «insostenibile». Per quanto riguarda l’immigrazione, Johnson manda una stoccata sia alla Clinton sia a Trump: «Avendo servito come Governatore uno Stato di frontiera», il candidato libertario sa che l’immigrazione è un problema complesso, che non si risolve «con un’amnistia o costruendo muri». Le carceri sono sovrappopolate non perché gli statunitensi sono tutti dei criminali, bensì perché sono fuorilegge troppi aspetti della vita personale dei cittadini, quindi nel suo programma Johnson prevede anche una riforma della giustizia. Ponendo l’istruzione al primo posto «per il futuro del nostro paese», Johnson passa poi alle questioni strettamente libertarie: l’aborto è una «scelta profondamente personale» ed è un diritto che va garantito, l’approccio contro l’abuso di droga va cambiato per risparmiare miliardi di dollari e moltissime vite umane, il candidato libertario è poi favorevole ai diritti civili. Johnson propone poi un web libero, senza interferenze da parte del governo.

L’economia. L’approccio economico di Johnson è di stampo liberalista: egli si fa promotore di un non intervento dello Stato nelle questioni economiche e, come abbiamo detto, anche di una pesante riduzione delle tasse. Favorevole all’utilizzo del carbone e del nucleare, è però favorevole alla ricerca sulle energie rinnovabili, affidata però ai privati e non allo Stato. Per quanto riguarda la politica estera, Johnson è poi contrario a molte degli interventi bellici degli Usa all’estero: dall’Iraq nel 2003 alla Libia nel 2011. Ma è favorevole alla partecipazione alla guerra contro il sedicente Stato islamico.

Al di là delle sue idee politiche, condivisibili o meno, Gary Johnson può apparire un’alternativa credibile a Donald Trump: la sua politica è in netto contrasto con quella di Barack Obama, la cui erede ideale è la Clinton, quindi è difficile che rubi voti ai democratici. Secondo gli ultimi sondaggi, con i due candidati principali più o meno in parità, Johnson otterrebbe il 9% dei voti. Ovviamente una briciola di quelli necessari per ambire allo Studio Ovale, ma abbastanza per causare qualche grattacapo ai repubblicani.

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di Un silenzio italiano (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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