È la democrazia, bellezza: ha perso il politicamente corretto

«Obama manda email a Trump per invitarlo a preparare la successione. Quando DiMaio succederà a Renzi, per evitare equivoci inviare disegnini». Così Vittorio Zucconi ha concluso il proprio costante rosicare dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Chi scrive non è un appassionato di elezioni americane, però è difficile notare come il team del politicamente corretto abbia cercato di inculcarci la propria ineludibile opinione una volta ancora, e ieri abbia finalmente perso.

Donald Trump

Ci insegnano a organizzare il mondo in maniera manichea fra «buoni» e «cattivi», anche quando riguarda la politica: da noi Renzi è il buono, tutta l’opposizione i cattivi. Anche le elezioni americane erano state presentate così, dai nostri media e da quelli oltreoceano: Hillary Clinton non è nulla di eccezionale ma non si può che appoggiarla perché l’alternativa è quel «mostro» di Trump.
Il presidente neoeletto mi ripugna, sarò sincero, però ieri mattina non ho potuto nascondere un sorriso quando ho visto i risultati: non sappiamo cosa farà nei prossimi quattro anni, però possiamo dire con certezza che non sarà nulla di simile alla sua campagna elettorale. Il politicamente corretto ieri ha perso: lo stesso atteggiamento tutto italico che ha portato a una perpetua osanna per Barack Obama dal 2008, non ha funzionato perché probabilmente gli americani erano mossi da desideri diversi dalla beatificazione di qualcuno. Trump ha raccolto voti puntando alla pancia degli americani e per questo è andato più volte sopra le righe. Ora che sarà una pur importantissima parte di un meccanismo più grande di lui, dovrà mettere un freno alla sua foga per poter far parte dei giochi. Già il discorso, pacato e ragionato, tenuto davanti ai suoi elettori ieri va in questa direzione.
Le alternative a Trump e alla Clinton c’erano, sia «a destra» sia «a sinistra»: Gary Johnson, candidato libertario, e Jill Stein, proposta dei Verdi. Opzioni minori, purtroppo escluse quasi a priori dall’impostazione tipicamente bipartitica del sistema politico americano.
Donald Trump ha vinto e ora dobbiamo iniziare tutti a prenderlo sul serio: sfottere chi non ci piace è facile, però è giunto il momento di giudicare il nuovo presidente degli Stati Uniti sulla base di quello che farà, non di chi è. Da stigmatizzare pure le offese che Obama ha rivolto al candidato repubblicano a pochi giorni dal voto, come se la sua ditta proponesse una statista.
Nessun politico è l’apocalisse: passeranno quattro anni – nella peggiore delle ipotesi abbastanza mediocri come gli 8 di Obama – e nel 2020 toccherà a qualcun altro oppure Trump riuscirà a farsi rieleggere. È la democrazia, bellezza; ed essere democratici significa saper anche perdere senza per questo offendere o irridere l’avversario che, evidentemente, è stato più bravo. 

Tito Borsa

Giornalista praticante. Mi occupo principalmente di inchiesta giudiziaria. Autore di "L'Affaire Somalia. Romanzo di una strage" (2020) e di "Un silenzio italiano" (Cleup, 2017). Ho fondato La Voce che Stecca e l'ho diretta fino al 30 settembre 2017.

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